Statue siamo, una più funerea e orrifica dell'altra, opere da accadi, sciti, taoisti.. interpretazioni del mondo che vengono da lontano. Il deforme nostro nano zoomorfo inquieta l'occhio ma non la mente che, su questa argilla che si addensa di figure e di inscrizioni, può indulgere a leggere un ritmo interiore su cui riandare allo scudo omerico di Achille e alla danza dedalica nel labirinto. Sì, dagli abissi dell'umanità, tra vita e morte perennemente sospesa, viene la genesi come rimpasto del precedente, e, dopo, viene la parola come artefice della ristilizzazione che chiamiamo creazione delle cose nominandole e, dopo, viene la danza come dispiegamento fisico sullo spazio mondano alla ricerca di sempre nuovi territori da conquistare - uomo, animale parlante, socializzante e colonizzante - e tutto in giro si attorciglia il filo di Arianna che lega nascita e morte, che svela il labirinto.
Sì noi, Erme mute, non illustriamo i suoni primigeni del ruggito di un leone né della gru il grido o
il grande volo che sono imprigionati in noi ma quanto nascondiamo si svelerà partendo dal Genesi ebraico: dall'inizio dell'inizio(*).
Il nostro viaggio nella vita comincia in qualsiasi momento della nostra esistenza, come una circonferenza da qualsiasi punto del cerchio, ogni volta che prendiamo coscienza del principio generatore del nostro movimento, sintesi armonica e confusa di tre forme di motilità: il movimento corporeo, che è danza prima ancora che movimento funzionale dei piedi che camminano o delle braccia che fanno gesti e azioni; la caduta libera e vertiginosa del volo-nuoto nel labirinto delle acque prenatali, che si ripete nelle mille cadute a precipizio dei nostri sogni; il movimento fonatorio, passaggio d'aria attraverso il cavo oro-laringeo, che si traduce nei gridi della nostra infanzia e nei suoni del nostro linguaggio. Per ricominciare ancora una volta questo viaggio, che sempre cammina sui suoi passi, che sempre ricomincia.. ma un passo più avanti della volta precedente, riprendiamo in mano il libro della creazione, i primi versetti del Genesi, che dicono così:
"In principio 'Elohim fece il cielo e la terra,
e la terra era deserto e desolazione,
e tenebre sulla superficie dell'abisso,
e un vento impetuoso sconvolgeva la superficie del mare;
e disse (wayyomer) 'Elohim: sia luce, e luce fu,
e vide 'Elohim che la luce andava bene,
e divise 'Elohim la luce dalle tenebre,
e chiamò (wayyqera) 'Elohim la luce giorno e le tenebre notte,
e fu sera e fu mattino: il primo giorno".
Al principio del mondo la fonazione è insieme parola-discorso, come suggerisce la radice 'amar (parlare), ed anche parola-grido, come suggerisce la radice qara' (grido, ruggito). In Isaia 21.8 il verbo qera' (chiamò, gridò) è caratterizzato come un ruggito di leone, data la concomitanza dell'elemento comparativo ki-'areah (= come un leone). Le traduzioni correnti di questo e di altri passi analoghi rendono in maniera concettualizzata la presenza del ruggito di leone, riducendola a un'espressione insignificante, di puro e semplice rinforzo. Chi legge in traduzione italiana si troverà di fronte a espressioni del tipo "gridò forte", o semplicemente "gridò"; del leone nessuna traccia.
Entrambe sono necessarie a caratterizzare la parola archetipica, che al suo primo manifestarsi ha già la capacità di organizzare discorsivamente e razionalmente la realtà e intanto deve far forza a se stessa per uscire come grido dalla scorza bruta della materia inanimata, parola-ruggito che si apre a fatica la via dall'indistinto al distinto, dalla notte confusa dell'emittente, uomo-animale, e del messaggio, grido-parola, alle plaghe luminose del linguaggio articolato che si inserisce nel labirinto del caos sonoro primordiale quale elemento di misurazione, che sottoponendo alla propria regola i suoni informi li costringe entro la circolarità e la circolazione della trasmissione verbale; e questo organizzare i suoni in entità misurate e funzionali costringe queste entità a prendere corpo, ad essere le cose; o forse più costrittiva dell'organizzazione logica è la forza evocativa della magia simpatica, che ponendo un'identità tra le parole e le cose opera la trasformazione, che è anche la
creazione della reatà. La creazione operata da 'Elohim è in questo senso un destarsi magico delle cose alla vita, un loro collocarsi in un rapporto funzionale e ordinatamente reciproco, al richiamo della parola che corrisponde al loro essere. E all'opera demiurgica di 'Elohim si affianca quella di Adam, che nell'universo destato a vita dal dio ha il compito di riempire l'enorme ma di per sé insignificante edificio divino con la brulicante vita degli esseri chiamati a popolarlo: perciò egli dà il nome ai diversi animali, ed essi dalla sua parola prendono a vivere e alla sua parola restano subordinati. Non diverso è il logos del Vangelo secondo Giovanni, parola che in principio (en arkhe) organizza il mondo e fa da intermediario demiurgico tra la divinità e la sfera inferiore dell'uomo e della materia. In tutti questi casi il passaggio dal khaos al kosmos avviene ad opera della parola, che misura e organizza le cose chiamandole alla vita e alla relazione reciproca, facendole emergere dal tenebroso
e informe labirinto dei suoni edelle cose indistinte.
In principio fu il grido anche se noi mute non lo rappresentiamo(*). In questa genesi parallela del linguaggio e della civiltà Greci ed Ebrei hanno sentito in modo del tutto simile, nonostante le ben diverse prospettive filosofico-religiose, la parentela dell'uomo con l'animale, e in un certo senso, forse, la nascita dell'uomo dall'animale, in quell'alba indistinta ma prossima alla luce, in cui il ruggito del leone per gli Ebrei, o il grido della gru per i Greci potevano formare le prime sillabe del linguaggio umano e fondare le prime realtà del cosmo. Simile al suono della voce leonina del Genesi è per i Greci il suono di una voce di uccello, la voce da cui la gru prende il suo nome. L'etimologia infatti del nome ghéranos (lat. grus, it. gru) ci conduce a una radice onomatopeica, che nulla esprime se non il proprio suono, come accade di tutte le radici che non si possono far risalire ad altre radici, ma risultano radici prime, archetipi del linguaggio umano. Ghéranos è dunque
l'uccello che grida, con una emissione di suoni più vicina all'articolazione della voce umana che ala modulazione del canto degli altri uccelli. Le caratteristiche morfologiche di questo uccello sono la voce gridante e la portanza delle ali, che ne fa un uccello migratore. Per la sua voce presso i Bambara, popolazione del Sudan, la gru rappresenta l'archetipo della parola articolata e quindi della conoscenza scientifica e religiosa dell'uomo, perché ogni conoscenza nasce dalla parola che è, come per i Greci, logos, elemento di triplice connessione: tra Dio e il mondo, nell'atto della creazione; tra l'uomo e la natura, in quella seconda creazione che è la scienza (cioè dare un nome a ogni cosa come fece il semitico Adam); tra l'uomo e l'uomo, in quel dialogare che è scienza della scienza, la consapevolezza del sapere, l'episteme. Con profonda affinità, B. L. Whorf del MIT ci ripropone la priorità dei meccanismi del linguaggio rispetto alla nascita e allo sviluppo del pensiero umano.
Ribaltando la tradizionale prospettiva di una "realtà" su cui si svilupperebbe la riflessione del pensiero, di cui l'espressione linguistica non sarebbe che l'esternazione, egli ristabilisce l'archetipica intuizione della lingua che genera il pensiero e del pensiero che formula la "sua" realtà, che crea il mondo dado a ogni cosa un nome appropriato. Nel senso indicato dal Whorf le parole con cui inizia il Vangelo giovanneo, "en arkhe en ho logos", acquistano il loro vero e complesso significato di parola-demiurgo-mediatore in quanto parola che costruisce la realtà.
Silenziose e inanimate, noi non diamo idea né del suono né del moto pur partecipando in questi misteri e miti ma di altro che alla fine si svelerà(*). La gru è per Greci e Bambara animale capace di orientarsi in volo quando attraversa la distesa del cielo per raggiungere le regioni più lontane del mondo. Essa riconosce il variare delle stagioni, le caratteristiche topologiche della terra e dei cieli, e questo le consente di volare da una parte all'altra del mondo e di valicare il labirinto delle acque. In questo senso il volo della gru è in Cina il simbolo del viaggio ultraterreno verso le isole dei beati e in Grecia, fin dall'epoca minoica, il volo della gru è stato inteso come modello del labirinto. Nasce a Creta una danza a imitazione di questo volo-modello, che unisce nel suo movimento sia i due poli del mondo sia l'entrata e l'uscita dal labirinto, i due capi del filo di Arianna. Il combattimento e la danza sono entrambe figure del labirinto nella pittura vascolare corinzia del
VI sec. a.C. "Una topologia del labirinto si può riconoscere più precisamente attraverso la danza, le sue figure e l'uccello che ne è l'eponimo. La danza chiamata ghéranos, dal nome del trampoliere, si danza in più persone, uno dietro l'altro in fila indiana, come si vede nel vaso François. Le esegesi locali sono molto esplicite: la danza della gru imita sia l'uscita dal labirinto, sia l'ingresso nella dimora del Minotauro" (M. Detienne). Il modello labirintico della danza che imita il volo delle gru, dell'avventura di Teseo e dell'arte del vasaio cioè il complesso simbolico che è globale interpretazione del mondo, si trova nell'Iliade quando il poeta descrive lo scudo di Achille. Lo scudo è arma perfetta dell'eroe perfetto e in quanto tale contiene nella circolarità della sua superficie splendente una raffigurazione non di questa o di quella figura araldica, di questo o di quel particolare oggetto, ma della totalità dell'universo. La terra, il cielo, il mare: è già tutto l'universo nella prima riga,
e la triplice anafora riprende per ciascuno dei tre elementi il gesto della creazione artistica: "dentro vi fece la terra, dentro il cielo, dentro il mare". E, dopo, la rappresentazione si stempera nei particolari costitutivi di ognuno di essi. Il cielo si illumina di astri e di costellazioni, la terra si popola di città, e nelle città la rappresentazione si sdoppia: da una parte la vita civile fatta di nozze, di banchetti, di danze e di musica ma anche di liti e processi, dall'altra la città in guerra con agguati, inseguimenti, scontri armati. E accanto alle città compaiono i campi coi loro lavori di aratura, la fatica fisica sotto la calura e il fresco del vino dolce come il miele, le ricche terre del re, che producono grano, la vigna d'uva matura e sul fondo un gregge. L'ultimo quadro dello scudo divino, ai confini tra la terra, il mare e il cielo, descrive la danza che Dedalo insegnò ad Arianna, danza archetipica: la Danza in cui tenendosi per i polsi ragazzi e ragazze si muovono formando una
catena che si snoda in movimenti ora rettilinei ora circolari e percorrono e ripercorrono il labirinto di Cnosso, entrando e uscendo da esso con la molle eleganza d chi percorre la vita con la flessuosità del passo giovanile.
Dentro, la danza dipinse lo zoppo famoso,
simile a quella che un tempo nell'ampia Cnosso
Dedalo insegnò ad Arianna dai bei riccioli.
Là ragazzi e fanciulle del valore di molti buoi
danzavano tenendo la mano nella mano.
Queste avevano vesti leggere, quelli chitoni
indossavano ben lavorati, lucenti d'olio;
queste portavano belle corone di fiori, quelli spade
d'oro appese a cinture d'argento.
Ora correvano con piedi sapienti
con leggerezza, come quando la ruota nel palmo
delle sue mani prova, seduto, il vasaio, per vedere se corre;
ora correvano a file incrociate,
e una gran folla s'assiepava intorno alla danza leggiadra
provando piacere; due acrobati intanto
volteggiando nel mezzo rinnovavano a ogni giro la danza.
Dentro vi pose la grande forza del fiume Oceano
sull'orlo estremo dello scudo ben fatto.
Il movimento che chiude la danza è anche il cerchio dell'arte che si conclude citando e descrivendo se stessa, come l'arte del vasaio, che facendo girare sulla ruota il vaso vi imprime le linee della sua visione del mondo e della sua arte; come la forza del fiume Oceano, che racchiude nella sua corrente circolare tutto il mondo. Così i tre cerchi perfetti della danza dedalica, della ruota del vasaio e della corrente di Oceano chiudono la descrizione-creazione dello scudo di Achille e del mondo.
Se lo scudo di Achille nella sua perfetta circolarità e compiutezza rappresenta l'universo, la danza dei giovani, che imita la danza delle gru, e che ha un suo archetipo mitico nella vicenda di Teseo, rappresenta il mistero labirintico della vita, che è un viaggiare avventuroso per vie oscure, che sembrano portare in un luogo e invece conducono in un altro, illudendo e deludendo continuamente sul senso stesso dell'andare. E nel fondo buio di questo groviglio di vie si annida l'ombra mostruosa del Minotauro in agguato per ghermire e annientare il viandante, il simbolo manifesto della morte.
Ecco di questo personaggio a noi truci Statue fu affidato il ruolo(*).
Ma l'uomo può dare un senso al suo andare, se riesce a descriverlo a se stesso, tracciandone il disegno col "filo di Arianna" o memorizzandone gli spostamenti attraverso la loro formalizzazione in passi di danza: la danza delle gru. Forse in questo modo egli riuscirà a riconoscere non solo le vie del labirinto della vita umana, ma anche quelle dell'altra vita, come in qualche modo sembrano promettere i viaggi, anch'essi labirintici, dei misteri.
In entrambi i casi, sia che la proiezione del labirinto rimanga entro i limiti dell'esperienza umana, sia che pretenda di raffigurare anche un'esperienza ultraterrena, è confortante pensare che nei pericolosi meandri del labirinto della vita si può andare a passo di danza, con la mano poggiata sulla spalla del danzatore vicino e con la mano del danzatore vicino poggiata sulla nostra spalla.
(*) le parti in neretto sono interpolazioni apocrife (df)
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