Esegesi

informazioni e spiegazioni

Erma Pantheon   Il nome Erma Pantheon. Pantheon è luogo in cui dare degna sede alle memorie di una collettività, il nostro è democratico, ci entrano tutti con eguali diritti di ricordo, non è certo un Walhalla. Erma nel mondo greco era un pilastro sormontato dalla testa del dio Ermes con funzione di pietra miliare. Nel mondo romano il dio lascia spesso il posto a una testa umana. Erma si connette anche a Ermete Trismegisto, nome greco del dio egiziano Thoth inventore della scrittura, all'ermeneutica che nei secoli I-III era campo di alchimia astrologia arti occulte, all'ermo colle leopardiano e all'ermetismo dei maudits Baudelaire, Verlaine, Mallarmé etc, dei G. Ungaretti, E.Montale, S.Quasimodo: un universo in cui gli oggetti costituiscono una rete di simboli suscettibili di diverse interpretazioni, come una frase di certe lingue arcaiche e in cui la poesia si libera dalla tradizione retorica e dalle urgenze comunicative della storia.
  Significati storici della tripartizione. Tre è il numero perfetto ma sulle forme trinitarie incombono simboli buoni e cattivi. I sumeri avevano due triadi benedette, la terrena (Anu il cielo, Enlil l'aria, Enki la terra) e la astrale (Shamash il sole, Sin la luna, Ishtar la stella Venere) e diaboliche nelle tre teste di Baal (rospo, uomo, gatto). Il nostro simulacro è più affine al mostro babilonese Azhi Dahaka "dalle tre bocche, dalle tre teste, dalle mille figure". Nella Trimurti induista negativo e positivo si bilanciano. Così nei matriarcali miti celtici le dee madri mostrano la compresenza di bene e male e appaiono sempre in triadi (Danu, Macha e Brigit).
  Nella tradizione occidentale il tre è riserva sia del teologico sia del diabolico: nelle Monarchia Daemonorum il diavolo a tre teste compare spesso sotto i nomi di Bune, Syndonay, Aym, etc. Altre forme umane con tre teste appaiono nella Cosmographia universalis di Seb.Münster e nell'Antitrinità di Grünewald.  Nelle devozioni cristiane non era insolita almeno agli inizi la rappresentazione della SS. Trinità con testa triadica (come quella di Donatello a Orsanmichele, poi cancellata) ma più tardi non fu più salutare scherzare con queste manifestazioni del rimosso medievale in contrasto con l'iconografia ufficiale: il Lucifero dantesco a tre facce rischiò l'accusa di contraffazione blasfema della Trinità. Per questo forse alcuni benpensanti che hanno vista la nostra statua se ne sono ritratti turbati perchè evocatrice di malpensate.
  I nomi Agno e Anguana. Lo studioso bricconcello di localismi ancestrali, non uno storico certo ma un panzuto intrallazzato con materiali eterogenei quali libri, foto, legnetti incisi, maschere, graffiti, botaniche etc, ci informa di alcune sue ipotesi che se non sono vere sono ben trovate e come ci son venute ve le forniamo. Agni nel sanscrito dei rg-Veda significa fuochi consumati durante il servizio sacrificale cioè dio indù del fuoco, ma sussiste anche come figlio delle acque alla confluenza dei fiumi. "Oh Agni tu che sei nato nel grembo di entrambi i genitori". Come aquoreo si avvicina al significato che aveva nella mitologia greca: Zeus nasce sul monte Liceo allevato da tre ninfe Agno, Neda e Tisoa. Agno è la ninfa di una fonte nella quale durante una grande siccità che comprometteva i raccolti un sacerdote di Zeus dopo solenni preghiere immerse un ramoscello di quercia (simbolo della fecondazione maschile). Da esse si alzò una grande nuvola che diffuse una pioggia abbondante sul paese (e qui da allora continua a farlo anche troppo...). Le ninfe - le Anguane nostre - erano (R.Galasso), come gli angeli e i dèmoni, entità intermedie tra Dio e gli uomini e avevano natura demoniaca non diabolica.
Chi si immergeva nelle loro acque, il nymphòleptos, possedeva e veniva posseduto, acquisiva la saggezza e la follia.  Altri giochetti il semiologo dilettante aveva architettato come i ponti semantici tra Agno e Vitex agnus-castus, agnolotti, agnosticismo, Agnus Dei ma quando venne ad insinuare l'ipotesi di un connubio con agnazione\agnizione gli fischiammo l'òssai (antica pronuncia locale del calcistico offside= fuori gioco).
  Aspetti formali. L' Erma propone possibili collegamenti con arte induista (400 aC) centrata sulla Trimurti Brahma+Vishnu+Shiva. Brahma, principale dio dell'Olimpo indù, e il Buddha di Sarnath sono rappresentati nella ascesi seduti come il nostro pupazzo. Shiva è triplice, uomo, donna e Assoluto impersonale. Il nostro prodotto, lontano parente della statuaria Gupta, pare oscillare tra Brahma, Shiva e Buddha e coreograficamente ricorda lo stupa (ara votiva iranica ornata di rilievi e terminante in una cupola sormontata da corona come la mammella sulla nostra testa triadica) e i templi-cattedrale totalmente ricoperti da figure e le miniature rajputi.
  E se vogliamo ci sono pure Bosch, Blake, Baj, Koons, etc.
  Ci ha intrigato pure quel decorare i muri con motivi ornamentali bizzarri che sta tra il ridicolo e la tragedia cioè la grottesca. In un'epoca di conformismi dilaganti anche se mimetizzati in mode patinate, di avanguardie divenute nei loro epigoni accademismo, cascami per mercato, ci è piaciuto fare un po' di esibizione per simboli e facezie, camp (vedi avanti), regressione alla baby-art (neologismo nostro, pardon). Sì il nostro maestro è un sogno ingenuo, nulla satira nè arroganza vi ristanno, solo un gioco infantile che può essere eccessivo, sgraziato, sformale ma riverente dei convolvoli delle storie umane. Il nostro clown è un Bertoldo, una propaggine di Rabelais, El Ruzante, Dario Fo, i Monty Python. Noi procediamo sulle tracce di Michail Bachtin che nel mondo medioevale e rinascimentale scovò la cultura "bassa" - radicata nella terra e stratificata nei secoli, basata sul riso, parodia e surrealismi straniti, sul corpo e i suoi materiali organici -  contrapposta alla cultura "alta", al classicismo ufficiale: una "bassa" cultura che la "grande" storia ha solo sfiorato. In soldoni siamo al solito dilemma tra mentalismo e istinto, tra illuminismo e romanticismo, tra geometrie e selvatichezze, tra istituzione e dadaismo, tra apollineo e dionisiaco.
  Nella storia locale abbondano gli elementi regolanti su quelli creativi. Questa Erma è la figlia del solo (oltre John Borriero, se non erriamo) movimento selvaggio apparso tra noi, il gruppo R'Unico/Orda Pecorina defunto da tempo dopo aver mandati in edicola in cinque anni una trentina di suoi Quaderni. Alcuni qui affermano con sollievo che sia scomparso senza lasciare nè tracce nè rimpianti ("Mortuus es e non più rapetasti"). Affermazione grave, sia perchè si dovrebbe auspicare che il ricordo di ogni vicenda culturale di una comunità andasse rispettato anche se non amata, sia perchè, se viene rimosso il dionisiaco temendo che nell'eccesso porti alla follia, si cade nell'apollineo che nell'eccesso porta alla mummificazione: meglio stoccafissi che folli?. I cinerei e mesti custodi delle memorie anzi delle spoglie patrie forse sono - anche se lo lamentano - corresponsabili dello stato mummifico di tante cose qui.
  E in quanto alla prospettiva non la volemmo rinascimentale cioè soggetta al miraggio di fare composizione in arte sulla base di leggi matematiche ma la volemmo piena di punti di fuga e illusioni di realtà ricordando Cézanne che contro la geometria della prospettiva scientifica distorceva gli oggetti per conseguire una personale unità formale e,  schillerianamente negandosi alla imitazione della natura, la "seconda realtà".
  Altro aspetto. Se è mancato qui un cantore del luogo come il Meneghello a Malo, l'Erma cerca di esserlo visivamente e con le citazioni. D'accordo il citazionismo letterario e le prospettive anamorfiche danno nel manierismo e non manca sul piano formale una struttura sintattica un po' sgrammaticata, cézanniana appunto, ma la statua tant'è, fatta non fu per essere sublime ma concitata, polifonica, ambigua. "Essa ha schematizzato per noi la nostra triplice condizione classica, romantica e surrealista" (O.Macrì). In effetti il prototipo Old Vallée lo partorimmo pittoresco e policromo-naif perchè volevamo farci amare dalle anime semplici, incantarle con un pupazzo dell'arte lignea dei balocchi, di Bavaria del T. Riemenschneider e del Tirolo del M.Pacher. Ma con le altre versioni, rifacendoci a varie forme d'arte del secolo, abbiamo fatto di un facile oggetto locale un vettore di contemporaneità. Il risaputo localistico condito con Andy Warhol, Joseph Beuys... chi era costui? Cerca, cerca... 
Erma Pantheon   Ermeneutica: problemi di interpretazione. Distinguere i significati che si stratificano in un'opera. Mostrarne i "segreti palesi" (Goethe). Cosa significa questo oggetto in quanto appare sopra e in quanto sta sotto? Segni, allegorie e simboli: cose di intrinseca ambiguità. Il segno dà tutto il suo significato, non contiene mai più di quanto vi è stato messo dentro. Il simbolo invece contiene una eccedenza di senso rispetto al significato conosciuto e la sua forza dura finchè dura questa eccedenza, è vivo finchè è pregno di sensi potenziali ma quando ha partorito esso muore, - decifrare significa spesso dissipare un incanto - diviene allegoria cioè rappresentazione di idee e concetti (ad esempio se la statua della Libertà al posto della fiaccola avesse in mano una bilancia la vedremmo come statua della Giustizia). Rifacendosi alle stampe popolari in cui ad illustrazione delle metafore ogni elemento visivo era corredato da una chiara scritta per offrire materiale di meditazione ai devoti l'Erma dà sul didascalico, ma negli elementi sottintesi dà sulla poetica del simbolismo che ha visto l'arte come terreno dei rapporti nascosti, l'artista come un evocatore e l'opera come una decifrazione della realtà oscura esterna ed interiore. Assoluta libertà. Esplosioni di parole e di forme, di indipendenze. "La natura frammentata si rivela in una discontinuità di oggetti solitari e terribili perchè i loro nessi sono virtuali anzi arbitrari, della stessa natura dell'antico portentum"(R.Barthes). Ecco. Abbiamo inteso creare un ammasso di contrappunti formali, plastici e simbolici... e dinamici. I significati non sono più statici nè storici. L'Erma è insiemistica, tende all'insieme dei rapporti possibili, il suo equilibrio è un bilancio che tiene conto dello stocastico cioè del casuale (M. Serres) "Le griglie retoriche che la attraversano non sono un lettino di contenzione all'espandersi del senso ma piuttosto ne occasionano e qualificano la pluralità" (G.Gramigna). Del resto "noi cerchiamo di creare ordine dentro di noi, ma quest'ordine è un artificio. Ciò che è naturale è il caos, l'anima è una terra lontana" (A.Schnitzer).  Innumerevoli le chiavi che potremmo usare per interpretare dell'Erma le cose rappresentate come simboli in senso stretto. Si potrebbe giocare con il canone astrologico e vedere orientamenti astronomici nelle rotazioni delle tre teste verso Alpha Centauri con significati oroscopali. L'ombra del suo piede sulla pianura quale orologio stellare. Oppure basarsi sulla numerologia pitagorica cabbalistica... ma insomma...
  La nostra statua in effetti sta tra allegorie storiche e allusioni astoriche. Rigurgiti personali del passato insistono in una stravagante accozzaglia di elementi brulicanti di senso e no. Riccioli neri. Il senso vien dato da ognuno che guarda come per quel personaggio di Dickens che confessa: "Siccome non ho mai veduto mio padre nè mia madre, e neppure ne conosco ritratti (poichè essi vissero prima che si inventasse la fotografia), cominciai ad immaginarmi il loro aspetto fondandomi su quello delle loro pietre tombali. La forma dell'epigrafe sulla tomba di mio padre era responsabile della mia idea ch'egli fosse un uomo tarchiato, forte, bruno, con riccioli neri..".
  Storia locale  Il gruppo dei savants ritrovatisi attorno alla statua come gli eruditi alle lezioni di anatomia di Rembrandt si mette a discettarne. Si sa, i cervelloni non possono che produrre parole a volte, ma non sempre, connesse a verità. A quell'incontro il pupazzo divenne un emblema un prototipo un protocollo un simbolo una allegoria una metafora uno strumento d'accusa o un monumento alle memorie, un sepolcro imbiancato anzi a colori, insomma un oggetto immenso e immerso in un mucchio di progetti interpretativi. Ma - e noi lo abbiamo sempre saputo - in fondo è solo un deposito di luoghi comuni impolverati che abbiamo rispettosamente sublimati nella nostra opera per condannarli a finire finalmente, definitivamente nel museo delle memorie. Ora s'ha da riuscire nella ricerca di qualcos'altro meno sterile del ricordo nostalgico, melodrammatico, melenso. E quindi basta con la faccenda Marzotto e con i dualismi storici tra città vecchia e città nuova. Basta con la faccenda dei vecchi partiti buoni o cattivi a seconda delle griglie ideologiche adottate. Basta con la faccenda clero esaltato come istituzione super partes o denigrato come subdolo mestatore a favore di qualcuno. Basta con la faccenda del disagio da isolamento geografico. Basta con la cultura delle seratine autocompiaciute e le risse oscure tra addetti. Basta. Svelliamo la resistenza al nuovo che non è dovuta solo alla "pigrizia di chi desidera evitare sforzi maggiori ma anche alla componente regressiva che sembra minacciare la sicurezza interiore di chi non sia pronto a cedere".
  Considerazioni moralistiche  Basta. Ma per vivere qui...?.  Tra le accuse che l'Erma può attirarsi quelle più interessanti al discorso sono di goliardia, di kitsch, di qualunquismo, di irriverenza al sacro e di "paesanaggine". 
  Abbiamo cercato di eludere il goliardico con il grottesco.
  Riguardo al kitsch - nanetti da giardino - giudicare cosa sia è per G.Dorfles faccenda complicata se non impossibile. Già nella Vienna del primo '900 per A.Loos - fustigatore del gusto piccolo-borghese - l'ornamento è un delitto e la sua mancanza un segno di forza. L'arte quando è insabbiata nell'estetismo, quando diviene impermeabile alla conoscenza e si nega al disvelamento dell'irrazionale e al travaglio verso la verità, degenera in istanza fine a se stessa orientatata all'effetto (L.Forte).(Grave colpa anche se nessuna arte può fare a meno di una goccia di effetto). Il kitsch si basa sulla razionalizzazione zuccherosa del negativo, l'assurdo. Invece per H.Broch - anche più attento di Loos ai fini etici ma divergente per altre considerazioni - l'ornamento non è che l'ultimo tocco dell'idea unificatrice che informa il tutto: stile è imprimere un marchio ad una materia ancora da plasmare, che si presenta come caos a cui va imposta una certa idea di totalità. Etica ed estetica sono congiunte e l'arte è alimentata dal bisogno di superare l'angoscia del tempo che conduce alla morte. La nostra statua, nella sua ricerca dell'irrazionale nascosto in ogni mito e forma, è quindi un po' brochiana ma pure altro. Se (cfr T.Labranca) il kitsch è soffocato nella spazzatura e combatte per nasconderla, il camp consapevole dell'orrore cerca di sublimarlo e il trash ignora felicemente la monnezza che lo circonda, l'Erma non è kitsch nè trash ma piuttosto camp.  Amen.
  Qualunquisticamente sì abbiamo scelto il disimpegno visto che l'engagement produce cecità e doppiopesismi. Il dogma non si preoccupa della verità, solo ferocemente dei suoi fini. Noi non abbiamo nulla per cui ingaggiarci tranne il tutto.
  Riguardo alla irriverenza la faccenda ci compenetra e ci stimola perchè la religione è argomento non rimosso ma fonte di riflessioni e macerazioni dolorose come sempre quando ci si trova davanti al mistero primario. In effetti c'è un elemento, ma solo in 5 versioni su 25, che può disturbare il comune senso religioso, il colletto da prete. La nostra statua ha tante intenzioni nascoste ma - va ripetuto - non indulge mai nella satira che è per sua natura azione diretta contro un determinato bersaglio, noi non avevamo cose da colpire ma solo, se ci riusciva, da svelare in modo indiretto. Tuttavia - dato che ogni proposta è soggetta sia al giudizio di chi la fa sia di chi la riceve - se abbiamo dato questa impressione ce ne doliamo. Sul piano formale, del resto, cosa potevamo mettere sotto il muso dell'ovino? Una bella e banale camicia con cravatta? Non ci sarebbe stata nessuna tensione espressiva... Per questo emblema a volte talare  lasciamo quindi viaggiare sulle ali della trasparenza il nostro sasso... pio.
  La "paesanaggine" è il problema se sia possibile fare un'opera denotata localisticamente e connotarla universalisticamente. Quasi nessuno qui si pone questo quesito ma esso è - senza che spesso ce ne avvediamo - dentro le cose che ci accadono e che ci stanno attorno.  Molti negano tale possibilità nella convinzione che solo delle cose alte valga la pena parlare e che le cose locali, essendo periferiche dialettali, non possano fornire elementi per creare valore. Altri sono convinti invece che solo di quanto si conosce direttamente si può parlare e che non sono i contenuti a fare l'opera alta ma i modi (e citano Corà, Meneguzzo, Zen ed altri per un verso e Bortolami ed altri per l'altro che hanno prodotto cose di qualità con modi che risentono non in poco dello specifico veneto e locale). In effetti ogni ambito impone limiti storici culturali sociali valicabili adeguatamente solo stando in bilico tra particolarismo e mondismo, tra memoria e saperi, equilibrismo sofisticato che non riesce a molti ma quando riesce splende. Rilke e la Praga della sua infanzia: "Con le sue torri e i tetti a cuspide la città è stranamente costruita: in essa non può affievolirsi la voce grande della storia. Nomi illustri si distendono come una luce segreta sui frontoni dei palazzi silenziosi. Torri vigili parlano ad ogni ora mentre le loro voci solitarie si incontrano di notte. Ponti si inarcano sul fiume giallastro che passando davanti alle ultime capanne decrepite si allarga nella piatta campagna boema. E poi campi e campi, dapprima un po'spauriti raggiunti ancora dalla fuliggine delle ultime rumorose fabbriche e con le loro estati polverose. Lunghi viali di pioppi dai tronchi ripidi. Accanto alla strada si copre di polvere un campo di patate e, come una tarda ombra della sera, c'è l'oscurità blu-violetta di un triangolo di cavoli davanti alla giovane boscaglia. Abeti silenziosi sullo sfondo. Venticelli alti nell'aria. Così è la mia patria. In questo paese è facile essere bambini ma ciò che gli altri bambini mettono assieme a fatica sognando qui lo si trova nel mezzo della propria giornata. Sulle grandi piazze l'aria trema ancora per le altere voci dei prìncipi. Ogni grandezza è come se fosse successa ieri e i bambini intuiscono: può tornare e nascondere con splendori e crudeltà la quotidianità di ogni giorno che loro vivono solo per finta. E da questa perenne ascolto per percepire l'inaudito, al limitare dell'infanzia quando le forze si ritraggono dalle cose per riunirsi tremanti nel giovinetto, dovrebbe sorgere l'aspirazione a immettere nella realtà ciò che è estraneo, solenne e che sempre si avvicina: creare". Creare, this is the question.
Erma Pantheon   Ma tutto ciò che è creativo è latentemente polemico dovendo fare posto a ciò che di nuovo porta al mondo. Lo si può, lo si deve fare anche nel borgo romito senza confondersi con i partigiani estremisti del microcosmo paesano che sostengono il sangue del folk, l'"anima" etnica stampata nel DNA, unica sostanza vitale della creatività, le radici... ma questo assolutismo cova razzismi e dabbenaggini di cui è superfluo dire.  No, lo si faccia guardando (E. Siciliano) a Pasolini che volle dare al suo friulano una dignità letteraria, promuoverlo all'altezza della storia. Il lessico e la sintassi erano casarsesi, lo "spirito" era quello del decadentismo europeo. Aveva idee chiare: "Bisogna portare il Friuli a livello di coscienza che lo renda rappresentabile ma esserne giusto staccati, marginali per non essere troppo friulani. Adoperarne con libertà e con un senso di verginità la lingua ma non esserne troppo parlanti". Quell'uomo del nord-est antico e contadino intese portare la propria lingua, il proprio paesaggio morale a confronto con  "Shakespeare, Tommaseo, Carducci perchè la storia, la Chiesa, la vicissitudine di una famiglia non fossero soltanto un po' di sole profumato e nudo". Nel primo dopoguerra si precisò la sua idea delle piccole patrie. "Lavoriamo anche noi, con la nostra piccola lingua, per una piccola eternità. Ma le piccole patrie devono diventare fattore di progresso e non un incentivo ai vernacolarismi sentimentali. Lingua e costumi devono farsi antichi nelle radici, nuovi nella storia".
  Tutti nasciamo dialettali ma dobbiamo evolverci: diventare universali se non cosmici dice burlandoci il saggio sepolto nel suo eremo disinteressato di cosmopolitismo, campanilismo e provincialismo. Ma noi.... Il cosmopolita vive la grande terra, abita di qua e di là con traslochi frequenti e anche quando sta in un posto - grande o grandissimo per lo più - per lungo periodo non è preso dalle cicale locali ma solo dalle spirali universali. Vantaggi: tutto l'immaginabile. Svantaggi irrilevanti e anche divertenti perchè durano un attimo: spesso non connette se, stando seduto su una panchina, si trovi in Columbus Circus o Malà Strana o piazza Navona o Knightsbridge. Oppure, se sta leggendo un libro, non gli sovviene se è Eco in tedesco, Mann in francese, Borges in fiammingo, Milton in spagnolo. Oppure se sta mangiando una pizza portoricana, un chilì belga, un roastbeef marocchino etc etc. Spostamenti babelici.
Il campanilismo ha i vantaggi del caldo della cuccia e dei riferimenti semplici su pochi dati anche se oscuri ed emozionali, luoghi ben stampati nella coscienza, strade che portano sempre da qualche parte. Svantaggi: vivere dentro un acquario sentimentale e spesso cieco. Sangue barbaro, afflato irruente e spesso asfittico.
Provincialismo o allofilia. Vantaggi: capacità di ricezione e godimento di cose pregevoli che stanno fuori dalla cuccia, eloquio aggiornato, presenzialismo e agganci mondani "giusti". Svantaggi: il meglio sta sempre altrove e altrove sono i tuoi desideri, le tue mete, alienazione dagli ambiti in cui sei costretto a vivere. Rilkianamente si crea poco. Si è creati.
  Quindi il tentativo di immettere un po' di cosmo nel caos nostro per il fatto che giaciamo in provincia non è necessariamente provinciale. Ci crediamo e così credono anche altri cui il campanile natio suona ancora campane elette anche se vivono lontani e pieni di gratificazioni cosmopolitiche come il Giorgio Cracco sr, onusto di glorie accademiche, il quale ogni volta che torna al paesello inventa per nostro godimento qualche trovata su s.Clemente o sul monastero delle Tertiarie Pizzochare: magari non è vero niente ma ci prova e slargha la visuale con il senso sornione del mito domestico a cui ci si affeziona anche se vale poco, così come ad una porta che aprendosi cigola e non le diamo olio: perchè anche nel migliore dei mondi possibili c'è sempre qualcosa di storto come nelle chiese cistercensi (C.G.Lichtenberg) e il buon priore è quasi più affezionato a quella stortura che a tutti gli eleganti dritti attorno.. chissà quanto è grande un piccolo mondo."Anche un capello ha la sua ombra". .

  Finale
  Orbene, cari convalligiani, questa Statua vi permette di cogliere quanto già sapete. Ma ciò che sappiamo è  spesso sepolto negli archivi della mente, un evento qualunque li può aprire e farci dire: orka zè propio vero!... Essa ci serva per capire un po' di più il natio borgo selvaggio. Leopardi. Il limite e l'infinito. Un esule istriano finito qui negli anni '50 non si struggeva d'altro che per i tramonti sublimi, iridescenti, maestosi che ogni sera nella sua patria perduta l'orizzonte sul mare offriva agli occhi spaurendo i cuori. Qui il buio invece gli arrivava di soppiatto, tra crepuscolo e notte, in una luce debole diffusa senza teatralità né intensità e non gli toccava il cuore. Poi lesse dell'"...ermo colle e della siepe che da tanta parte dell'ultimo orizzonte il guardo esclude... e mirando interminati spazi al di là di quella... tra questa immensità s'annega il pensiero mio: e naufragar m'è dolce in questo mare". Non ritrovava il suo mare d'Istria qui ma quella cornice di monti che oscurava gli orizzonti gli parve meno tetra, meno coercitiva: una barriera può dare anche libertà alla fantasia.
  Per Oswald Spengler ogni civiltà si sviluppa nei confini di un suo mondo simbolico (Kultur) e all'apice della sua evoluzione (Zivilisation) va al tramonto. Perdita di slancio vitale.
  Il percorso della storia locale si è fatto, dopo il decennio d'oro, più angusto, l'autostrada filante è divenuta piano piano un viottolo tortuoso più stretto che sembra segnare la fine del percorso virtuoso se mai ci fu. La nostra strettoia è impervia ma pur beante di un piccolo spazio, passare oltre è sempre possibile e quindi dopo l'imbuto trovare uno slargo da cui ripartire e uscire dalla terra dei morti. Ma verso cosa non si sa. Forse la città è sempre stata viva nella misura in cui era affetta dai suoi morbi, dalle sue contraddizioni e dalle sue reattività, le cose della nostre statue bizzarre. Niente di meglio quindi che augurarle un turbolento futuro.  "Per vivere con onore bisogna struggersi turbarsi battersi sbagliare buttare via tutto, ricominciare e lottare e perdere eternamente. La calma è una vigliaccheria dell'anima" (L.Tolstoi). Inventiàmole altre malattie, febbri da cavallo, salassi e riscosse... e Dio (o gli dèi) ce la mandi buona...

  l'impulso a confessar(ci) giace perenne silente in noi: si attiva a volte sui miraggi dei ricordi di un mondo che non esiste più...  mai esistito...

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