Giorgio Cracco junior

Erma Pantheon Acrostico

Com'è cambiata la mia città. Ricordo mattini con profumo di pane appena sfornato che mi accarezzava quando, ancora puro e onnipotente, venivo portato... accompagnato.. trascinato a quel destino che non conoscevo ma che rappresentava normale evoluzione di quel sogno che qualcuno chiamava vita. Ho sempre nella mente visi inconsapevoli ed insignificanti, ricordi di un bambino che non abbraccia motivi importanti per tenere nello scrigno dell'esistenza fotografie sbiadite in bianco e nero. C'era un altro odore, anche quando pioveva, le gocce non mi penetravano nel cuore, scorrevano via su quegli ombrelli neri così tristi e giocosi da far scivolare via anche le immagini annerite di una quotidianità ancora così ricca misteriosa e felice. Poi mi nascondevo, conscio di un gioco che stava per finire tra le bugie e le paure raccontate in quegli aeroporti da dove non decollava mai nessuno: solo arrivi di coscienze smembrate e abbruttite dal lavoro della sopravvivenza. Pensieri taglienti come l'aria che scendeva dai monti mi fecero vedere quella mia città ancora sconosciuta diventare piano piano paese, borgo, rione: spazi diversi su bisogni crescenti. Odore di fieno tagliato o la pioggia nei prati freschi, verdi, eccitanti e bambini, dieci, cento, mille, lontani da schermi grigi che si spegnevano lentamente, lasciando quel foro bianco al centro, unica porta di una fantasia che conduceva lontano nel tempo che passava. Di tutto questo restava solo il ricordo che si trasformava in angoscia quando tu, piccolo fiore nero, senza chiederti perchè, mi lasciavi su quel ponte a sognare ciò che non sarebbe mai avvenuto. Inutili gite, inutili mani, inutili promesse tra i vetri di quella città che continua a guardare severa mentre crescono le nostre paure di incontrarci nel greto di quel fiume che abbiamo visto per tanto tempo scorrere proprio vicino a noi e al quale abbiamo affidato i nostri pensieri che un'acqua sporca e incolore ha portato via.
Ora resta dentro di noi, uno spazio ordinato e paziente, una palestra, una piazza, segmenti di originalità che banalizzano la ricerca continua di strane filosofie che recidono senza scampo lo stelo al vento dei nostri anni a venire

Ed è da questi pensieri che nasce il bisogno enigmistico di comunicare con parole verticali l'unica speranza che ancora abbiamo di correggerci sotto questo campanile che si staglia alto in cielo ma che non ci fa vedere lontano.

Viaggiare,
Al di là del senso,
Là dove ci perdiamo
Davanti alla valle.
A quale prezzo lasciamo
Gnomi e anguane,
Nel nome di un sogno,
Oltre il reale.

E' vero,

Anche noi siamo qui,
Nati dalla stessa terra,
Che generò i nostri semi.
Ormai solo noi,
Ricordi del tempo,
Anfratti di memoria,

Vite tracimate,
Inutili pensieri.
Viaggiamo, andiamo avanti,
Ancora... per sempre.

?

Respirando un'aria greve, romantica, schönberghiana, ci troviamo immersi nel cuore di quell'Europa Asburgica che il neoclassicismo di Winckelmann coniugò a modello di Mitteleuropa e che tanto ci fa sognare prima di condurci assopiti ad assonanze di musicalità mediterranea. Anche noi navighiamo ora in questa terra che ci disegna lontani dai nuclei profumati e densi di una cultura che non vogliamo sentire troppo nostra. Che aria respiriamo in questa terra a metà fra Vivaldi e Strauss? Quali note ci colpiscono tra cantori e suonatori che non digeriscono l'identico pane se non nel momento stesso della loro celebrazione? Ecco la chiave, la città non respira, mangia! Con l'ingordigia di chi ha digiunato per anni e ora, che finalmente può piluccare al piatto della storia, si abbuffa con intere porzioni di ovvietà, senza cercare di mettere ordine ad un pasto che vorrebbe iniziare con il dessert. L'individualismo e il disinteresse provocano una certa apatia che conduce lontano da quell'aria che anche questa città avrebbe diritto di respirare senza dover pagare dazi o trasferte. Il palazzo incontra, nei suoi scontri, strani pentagrammi che potrebbero condurre a percorsi difficili e continuatii, così scarta caramelle colorate che distribuisce ai bambini con l'allegria di chi salendo sul campanile getta alla folla coriandoli di piombo. Qualcuno tenta di uscire da questa oscurità ma i secoli bui hanno lasciato strade sbarrate, volontà divelte ed il nuovo Medioevo si impossessa del nostro sopore avvilente che scarichiamo tutto sul potere, senza accorgerci che il potere siamo noi. Viviamo tra acuti silenzi e parole ottuse senza sensi significanti che possano identificare questa città come soggetto e non come oggetto lasciato morire nella sua soffocante chiusura.

Conclusione. Pensieri, poesie, parole, ricordi e poi ancora sentimenti radicati in questa terra dove, anche il vento, tenta di rubare le coscienze precoci di emuli antichi. E' diffiicle vedere col cuore e sentire con gli occhi ma inevitabile alzarsi in cielo tra le nuvole, guardare in basso e vedere questi acrostici silenzi.


Giorgio Cracco senior

Erma Pantheon Valdagno, un nome che viene da lontano
(con una Premessa critica)

  1. Non posso dire di aver visto l'Erma pantheon (durante una mia fugace visita a Valdagno); l'ho solo intravista per tre minuti tre. Non sapevo nemmeno che quel "coso" era stato chiamato Erma Pantheon nè tanto meno che gli era stato scritto intorno tutta una "spiega" che più intellettuale non si può. Però mi era bastata un'occhiata per capire che mi piaceva. Ma guarda, ho pensato: questi vecchi amici di Valdagno mi slargano il cuore; sanno che il loro Paesotto compie 800 anni o giù di lì e invece di imbastire il solito librone illustrato che poi il Sindaco o il Presidente di qualche Banca regala per Natale a chi non lo aprirà mai, che ti fanno? Una terracotta policroma in più versioni, un mostriciattolo goffo e irridente, una gogliardata beffarda e dissacrante. Come a dire: "Guardiamoci allo specchio, compaesani, e prendiamoci un po' in giro; non siamo una bellezza, certo, ma divertenti sì". Un bel modo insomma di sicuro originale (quanti altri esempi ci saranno in giro?), per celebrare il centenario della propria città. E mi domandavo se attorno alle membra di quel caotico pagliaccio fosse stato segnato anche il nome di qualche personaggio caro alla mia infanzia "valdagnota": ad esempio Patrissio, quello che a Fongara aveva un buco di negozio che aveva di tutto e che un venerdì, scendendo a piedi con al guinzaglio una giovane troia da vendere al mercato di Valdagno, si bloccò a S.Quirico davanti alle rotaie del treno Vicenza-Recoaro per pronunciare la celebre battuta preindustriale:"Tenta rojeta ch'el lètrico te ciava"; o anche Gostìn dei Bergamini, un muratore che un giorno a mezzodì, seduto nella pausa-pranzo (come oggi si direbbe) su un sasso, vicino al muretto che stava tirando su, per mangiare un gavettino di pastasciutta, ne allungò una forchettata a un cane che gli girava attorno famelico dicendogli (l'ho sentito con le mie orecchie): "Tò, magna anca tì, no se sa mai de chi s'àbia de bisogno".
    Ma poi ho visto davvero l'Erma, o meglio l'ho rivista attraverso la sua descrizione, e ho capito che non avevo capito. No, quel "coso" non era un giuoco; non c'era niente da ridere. Al contrario, nell'idea di chi l'ha concepito (e anche di chi l'ha discusso), assumeva un'aria terribilmente tetra, funebre, neanche fosse una cassa da morto con dentro il caro estinto (anzi, tanti cari estinti, visti i tanti nomi e segni di cui è coperto) da accompagnare al cimitero. Volendo scherzare a tutti i costi, si potrebbe intonare: "E' morto el bìscaro, ta-pìn, ta-pùm, all'ospedale..." (con quel che segue). Ma a questo punto si può ancora scherzare?
    Ho il sospetto, spero sbagliato, di trovarmi di fronte a un'operazione di questo genere: Valdagno ha 800 anni circa; troppi e vissuti troppo male, ai margini di tutto, fuori del mondo (non per nulla è una valle che non porta da nessuna parte); una maledizione per chi ci vive. Abbiamo provato in tutti i modi a renderla abitabile, civile, a metterla in contatto con il mondo, a farla se non importante almeno presentabile, da non vergognarsi; ma senza risultato. E allora chiudiamo bottega, buttiamola via. Non riesco ad interpretare diversamente la "prefazione " a questo libro dove si parla di "apocalisse", di "ultimi giorni", di catàbasi" (per quei pochi che non lo sapessero vuol dire "discesa", "ritirata", insomma "caduta", "sconfitta"; il contrario di "anàbasi" che significa "ascesa", "avanzata" cioè "conquista", "vittoria").
    Se è così, se si vuol dire che Valdagno ha una storia fallimentare, che siamo alla "fine della storia" (come scriveva qualche anno fa, ma in grande e per tutto il mondo, Francis Fukuyama), che è tempo di dare tutto per finito, io davvero non ci sto. Attenzione, credo di capire e ovviamente rispetto chi la pensa così: non è facile vivere a Valdagno, nel piccolo, nel chiuso, nel "localismo" fatto sistema; si corre il rischio di due reazioni estreme: o la deriva dentro la quotidianità piatta oppure la fuga mai sazia al di fuori nella ricerca di non si sa cosa. Nell'un e nell'altro caso c'è di sicuro uno squilibrio, tanta frustrazione, perfino la perdita di ogni speranza; in ogni caso c'è il rifiuto di misurarsi con la realtà che c'è, ossia il "localismo" stesso.
    Ma comprensione e rispetto non mi impediscono di pensare che accanto al "localismo" patito, sofferto, respinto ce ne può essere anche uno accettato e vissuto con pienezza come valore positivo. Non lo dico tanto per il fatto che oggi la cultura, stufa di centralismi, privilegia il "piccolo", il "decentrato", il "periferico", quanto perchè sarebbe ingiusto gettare via come un aborto 800 anni di storia della nostra valle.
    Questa storia, per quanto mi riguarda, è una folla di persone che non dimenticherò mai: mio padre che combattè e fu ferito sul Pasubio nella grande guerra; mia madre che mi ebbe a 42 anni (e qualcuno le diceva: "Buttalo via chè tanto viene scemo"); i miei preti che erano davvero preti (ho letto, uno dopo l'altro, tutti i libri della loro "Biblioteca circolante parrocchiale"); le mie maestre, come la Pinton che nel 1945, quando la scuola era chiusa per i bombardamenti, mi preparava agli esami su un prato; i miei professori (che professori!) come Sisto Cocco e Bruno Gavasso; e tanti altri, maestri, amici, compagni di viaggio, anche molti che sono emigrati e che ho ritrovato in giro per il mondo. Questa storia, insomma - e lo stesso può dire, credo, ogni valdagnese - è tutto quello che ho; è tutto quello che sono. Perchè dovrei liquidarla? Io non scriverò mai come Meneghello un Sed libera nos a malo. Non voglio liberarmi di Valdagno. E' l'"antica madre" protettrice e feconda,l'"erma" appunto della tradizione classica (è giusto chiamarla così) che mi sono sempre portato e mi porterò ovunque nella mia avventura terrena. Voglio anzi conoscerla meglio questa Valdagno, a partire dal significato del nome. E allora, poche chiacchere: beccatevi questo mio pastone - spero non troppo accademico - sul perchè Valdagno si chiama Valdagno. Contiene una piccola sorpresa - Valdagno è nata "religiosa" - da aggiungere all'Erma Pantheon, e su cui perfino riflettere.

  2. Nel grande Dizionario di toponomastica di recente pubblicato (Milano, 1996) alle voci "Valdagno" e Agno" si dà per scontato che Valdagno deriva da "Valle dell'Agno", dove "Agno" è fatto risalire al latini amnis che significa "corso d'acqua". Valdagno significherebbe quindi "la valle del corso d'acqua".
    Non è questo il significato del toponimo a suo tempo proposto nella Storia di Valdagno (1966) da Giovanni Mantese. Il quale, osservando che non poche località dell'area derivano il loro nome dalle diverse tipologie del paesaggio boschivo (come Cornedo da cornetum o bosco di cornioli, Cereda da cerretum o bosco di querce), immaginò che Valdagno derivasse da Vallis alnei, ossia "valle dell'ontano", nell'ipotesi che la zona fosse, nei secoli antichi e altomedievali, tutta un ontaneto. Per Mantese insomma Valdagno significherebbe "la valle dell'ontano".
    A queste due proposte di derivazione si può muovere qualche rilievo di contenuto e di metodo. Circa la prima si può dare atto che è del tutto corretto, dal punto di vista degli esiti linguistici, far derivare Valdagno da vallis amnis, ma resta tutto da dimostrare che il vocabolo amnis, di largo uso nel latino classico, abbia avuto una sufficiente vitalità nel corso del medioevo, fin oltre il Mille, quando il toponimo Valdagno comincia ad essere attestato (Valdagno non può vantare di certo origini romane): il Glossarium della latinità medievale del Du Cange neppure lo registra. Del resto, fosse stato, amnis, di uso comune anche nel corso del Medioevo, come avrebbe potuto non influenzare una quantità di toponimi dando origine in teoria a tanti Valdagno quante sono in Italia - si tratta di centinaia, di migliaia - le "valli del corso d'acqua"? Ma, appunto nel succitatao Dizionario di toponomastica, si registra un solo Valdagno. Prova che è ben difficile che Valdagno possa derivare da vallis amnis. Forse chi ha proposto questa idea è stato vittima, magari inconscia, di una vecchia idea storiografica, quella che dava per scontata la continuità (anche in termini linguistici) del mondo romano nei secoli medievali.
    Circa la seconda proposta di derivazione - Valdagno da vallis alnei - ho dei dubbi, pur non essendo specialista, che possa reggere dal punto di vista degli esiti linguistici: in primo luogo perchè, a rigore, si dovrebbe parlare di vallis alni e non di vallis alnei; e da vallis alni non si arriva a Valdagno; e poi perchè, semmai, più usato nel latino tardo, rispetto ad alnus, era il vocabolo alnetanus, che significa "ontaneto": ma da vallis alnetani si giunge ancor meno a Valdagno. Inoltre, a parte questo, dove sta scritto che nell'XI-XII secolo l'area valdagnese fosse tutta un ontaneto? La prima volta, nel 1224, che si parla in un documento (lo si può leggere nella Storia di Valdagno del Mantese) della vegetazione della valle si usa il termine castagnedum (castagnedum Valdagni). Appunto a Valdagno erano importanti i boschi di castagni, non quelli di ontani; Valdagno era tutta un castagneto, non un ontaneto. A mio giudizio, l'idea che Valdagno derivi da vallis alnei non regge per nulla, e andrebbe del tutto abbandonata. Ma allora da che cosa deriva?

  3. Credo di avere buone ragioni per sostenere che il toponimo Valdagno deriva da vallis agni, o "valle dell'agnello". Non perchè lo stemma del Comune, come quello scolpito sopra un'antica fontana in località Ognissanti (riprodotto nella Storia del Mantese), rappresenti appunto un agnello; non perchè il destino di Valdagno, fin dal tardo Medioevo, quando nella valle non pochi erano gli artigiani lanieri, sia legato alla lavorazione della nota fibra naturale che si ricava dal vello di pecora (l'agnello, come si sa, è il nato di una pecora). Ma perchè l'agnello è il simbolo religioso che la comunità della valle volle darsi subito dopo il Mille, al momento del suo nascere. Mi spiego meglio.
    Vi fu un tempo - appunto subito dopo il Mille - in cui la nostra valle era ancora senza nome. Si trattava di una valle selvaggia, coperta di vegetazione, abitata da pochi uomini dispersi, utile solo per la caccia di qualche signore: forse i primi titolari di quest'area furono i Trissino, che nel Decreto edilizio di Vicenza del 1208 sono chiamati comites Vallis Agni, ossia "conti della valle dell'agnello". A un certo punto (nell'XI, XII secolo?), nel quadro del grande movimento di conquista di terre nuove che interessò gran parte dell'Occidente, anche in questo recesso giungono, di loro iniziativa o reclutati dai signori locali, contadini che abbattono alberi e creano spazi agricoli, che si mettono a sfruttare le risorse offerte dal territorio, ossia le cave di marmo e di pietre e i piccoli giacimenti di ferro e di carbone. Il numero degli abitanti cresce; cresce al punto di farsi comunità. Il primo segno di questa comunità è la nascita di una chiesa. Non di una chiesa autonoma: per gli atti di culto più importanti (ad esempio per il battesimo), bisognava sempre recarsi, camminando per parecchi kilometri e per le strade di allora, alla chiesa matrice più vicina (prima S.Maria di Montecchio Maggiore e poi S.Martino di Brogliano); ma almeno per la Messa della domenica un prete arrivava sempre. Non sappiamo chi prese l'iniziativa di costruire la chiesa: forse, come spesso capitava, il signore locale, forse la comunità dei rustici, forse un monastero di Vicenza (S.Bartolomeo?) che intendeva estendersi in quel luogo. Ma sappiamo di certo che la chiesa fu costruita (forse nella stessa area in cui sorge l'attuale) e che fu dedicata a S.Clemente (il titolo rimane ancora oggi).
    E' superfluo ricordare che cosa rappresentava una chiesa - di solito un edificio modesto, perfino povero - in un piccolo villaggio speduto di circa mille anni fa: la chiesa - unico edificio "pubblico" - radicava gli uomini, costruiva identità, costituiva comunità. Allora ci si riconosceva dall'appartenenza a una chiesa ("sono della chiesa di S.Clemente"), non dalla provenienza da una località ("sono di Valdagno"). Si può essere certi che prima è nata la chiesa di S.Clemente e poi è nato il toponimo Valdagno.
    E' anche superfluo ricordare che cosa rappresentava il santo titolare di una chiesa: già la chiesa portava Dio dentro la comunità, ma in maniera misteriosa, non visibile; invece il santo titolare era il mediatore visibile, l'amico, il protettore, colui al quale ci si poteva affidare perchè spianava la strada per l'incontro tra la terra e il cielo, tra gli uomini e Dio. Il santo si sceglieva: appunto, perchè fu scelto S.Clemente?
    Clemente fu uno dei primi papi (ultimo decennio del I secolo), il cui nome ricorreva nel canone della Messa, la cui fama di martirio era raccomandata da un Passio (scritta forse nel V secolo), le cui reliquie sembra siano giunte in Occidente nel IX secolo, in età carolingia, il cui culto era ben radicato a Roma, dove gli era stata dedicata una basilica e dove nel XII secolo, dopo l'incendio del 1084, tale basilica fu ricostruita con il mosaico absidale che rappresenta tra l'altro un agnello pasquale ritto su una roccia da cui scaturiscono i quattro fiumi del paradiso terrestre.
    Ma come giunse la sua fama in quella remota valle dove poi nacque Valdagno? Impossibile saperlo. Il fatto, un po' sorprendente, è che si tratta di un unicum per l'intera diocesi vicentina: nessun'altra chiesa è a lui dedicata. Le congetture sono a questo punto inutili, anche se possiamo scommettere che il tramite fu un religioso, un ecclesiastico (allora la cultura dominante era quella della Chiesa e degli uomini di Chiesa). Resta però fermo un semplice dato: che qualcuno ritenne adatto questo santo per la comunità religiosa della valle. Adatto in che senso? Scorriamo la Passio.
    In questo scritto Clemente è rappresentato come un uomo di pace e di dialogo, che piaceva anche ai "diversi", ossia ai pagani e agli Ebrei; un uomo però che era pronto a tutto pur di testimoniare la sua fede, anche al martirio. Nel Chersoneso, dove fu relegato in esilio per ordine dell'imperatore Traiano si trovò in mezzo a più di 2000 cristiani là condannati ai lavori forzati nella cave di marmo. Per loro che soffrivano la sete Clemente impetrò il miracolo di trovare l'acqua: vide infatti un agnello con la zampa destra sollevata che gli indicava il luogo da cui farla scaturire; e difatti, a un suo tocco leggero, ne uscì un fiume.
    Un papa santo e martire, un papa che si oppone al potere secolare, un papa che porta pace e dialogo, un papa che provvede con il miracolo ai lavoratori delle cave, un papa cui compare l'agnello di Dio: non erano suggestioni più che sufficienti per una comunità raccogliticcia dove i rapporti umani erano difficili, per una comunità che si misurava anch'essa con il lavoro delle cave e delle miniere? La comunità poteva benissimo appropriarsene e farne il suo simbolo: dedicandogli una chiesa, assorbendo l'idea dell'agnello nel nome di una valle.
    Anche lì, forse, l'agnello di Dio aveva indicato il luogo da cui far scaturire l'acqua; anche da lì poteva dipartirsi un fiume del paradiso terrestre. Grazie a Clemente una valle anonima diventa la "valle dell'agnello", ossia Valdagno.

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