Com'è cambiata la mia città. Ricordo mattini con profumo di pane appena sfornato che mi accarezzava quando, ancora puro e onnipotente, venivo portato... accompagnato.. trascinato a quel destino che non conoscevo ma che rappresentava normale evoluzione di quel sogno che qualcuno chiamava vita. Ho sempre nella mente visi inconsapevoli ed insignificanti, ricordi di un bambino che non abbraccia motivi importanti per tenere nello scrigno dell'esistenza fotografie sbiadite in bianco e nero. C'era un altro odore, anche quando pioveva, le gocce non mi penetravano nel cuore, scorrevano via su quegli ombrelli neri così tristi e giocosi da far scivolare via anche le immagini annerite di una quotidianità ancora così ricca misteriosa e felice. Poi mi nascondevo, conscio di un gioco che stava per finire tra le bugie e le paure raccontate in quegli aeroporti da dove non decollava mai nessuno: solo arrivi di coscienze smembrate e abbruttite dal lavoro della sopravvivenza. Pensieri taglienti come l'aria che
scendeva dai monti mi fecero vedere quella mia città ancora sconosciuta diventare piano piano paese, borgo, rione: spazi diversi su bisogni crescenti. Odore di fieno tagliato o la pioggia nei prati freschi, verdi, eccitanti e bambini, dieci, cento, mille, lontani da schermi grigi che si spegnevano lentamente, lasciando quel foro bianco al centro, unica porta di una fantasia che conduceva lontano nel tempo che passava. Di tutto questo restava solo il ricordo che si trasformava in angoscia quando tu, piccolo fiore nero, senza chiederti perchè, mi lasciavi su quel ponte a sognare ciò che non sarebbe mai avvenuto. Inutili gite, inutili mani, inutili promesse tra i vetri di quella città che continua a guardare severa mentre crescono le nostre paure di incontrarci nel greto di quel fiume che abbiamo visto per tanto tempo scorrere proprio vicino a noi e al quale abbiamo affidato i nostri pensieri che un'acqua sporca e incolore ha portato via.
Ora resta dentro di noi, uno spazio ordinato e paziente, una palestra, una piazza, segmenti di originalità che banalizzano la ricerca continua di strane filosofie che recidono senza scampo lo stelo al vento dei nostri anni a venire
Ed è da questi pensieri che nasce il bisogno enigmistico di comunicare con parole verticali l'unica speranza che ancora abbiamo di correggerci sotto questo campanile che si staglia alto in cielo ma che non ci fa vedere lontano.
Viaggiare,
Al di là del senso,
Là dove ci perdiamo
Davanti alla valle.
A quale prezzo lasciamo
Gnomi e anguane,
Nel nome di un sogno,
Oltre il reale.
E' vero,
Anche noi siamo qui,
Nati dalla stessa terra,
Che generò i nostri semi.
Ormai solo noi,
Ricordi del tempo,
Anfratti di memoria,
Vite tracimate,
Inutili pensieri.
Viaggiamo, andiamo avanti,
Ancora... per sempre.
?
Respirando un'aria greve, romantica, schönberghiana, ci troviamo immersi nel cuore di quell'Europa Asburgica che il neoclassicismo di Winckelmann coniugò a modello di Mitteleuropa e che tanto ci fa sognare prima di condurci assopiti ad assonanze di musicalità mediterranea. Anche noi navighiamo ora in questa terra che ci disegna lontani dai nuclei profumati e densi di una cultura che non vogliamo sentire troppo nostra. Che aria respiriamo in questa terra a metà fra Vivaldi e Strauss? Quali note ci colpiscono tra cantori e suonatori che non digeriscono l'identico pane se non nel momento stesso della loro celebrazione? Ecco la chiave, la città non respira, mangia! Con l'ingordigia di chi ha digiunato per anni e ora, che finalmente può piluccare al piatto della storia, si abbuffa con intere porzioni di ovvietà, senza cercare di mettere ordine ad un pasto che vorrebbe iniziare con il dessert. L'individualismo e il disinteresse provocano una certa apatia che conduce lontano da quell'aria che anche questa città avrebbe diritto di respirare senza dover pagare dazi o trasferte. Il palazzo incontra, nei suoi scontri, strani pentagrammi che potrebbero condurre a percorsi difficili e continuatii, così scarta caramelle colorate che distribuisce ai bambini con l'allegria di chi salendo sul campanile getta alla folla coriandoli di piombo. Qualcuno tenta di uscire da questa oscurità ma i secoli bui hanno lasciato strade sbarrate, volontà divelte ed il nuovo Medioevo si impossessa del nostro sopore avvilente che scarichiamo tutto sul potere, senza accorgerci che il potere siamo noi. Viviamo tra acuti silenzi e parole ottuse senza sensi significanti che possano identificare questa città come soggetto e non come oggetto lasciato morire nella sua soffocante chiusura.
Conclusione. Pensieri, poesie, parole, ricordi e poi ancora sentimenti radicati in questa terra dove, anche il vento, tenta di rubare le coscienze precoci di emuli antichi. E' diffiicle vedere col cuore e sentire con gli occhi ma inevitabile alzarsi in cielo tra le nuvole, guardare in basso e vedere questi acrostici silenzi.
Valdagno, un nome che viene da lontano
(con una Premessa critica)
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