Ho visto lo strano manufatto che due spiriti allegri, ma non leggeri, hanno realizzato per regalare ai loro convalligiani uno specchio - impietoso? - in cui rimirarsi. L'han chiamata Erma Pantheon. Grottesca e ironica, mi è parsa un sapido concentrato, un caleidoscopio del visibile e del segreto delle nostre storia e anima. Mi ha di fatto sconvolto. In quella testa trifronte, ariete, pecora e buffone beffato, ho visto tanto di me stesso. Pure negli altri presenti l'impressione destata fu di forte sorpresa. Nessuno s'attendeva un'opera di così non comune fattura. L'arte, lo sappiamo, ha perseguito in questo secolo le linee di ricerca più impensabili: la fantasia si è lanciata in tante direzioni da darci saturazione. Non ci stupiamo più di nulla e in ciò fallisce anche l'ultima funzione che pensavamo rimasta all'arte, quella di stupire. Ebbene lo shock subìto dai presenti quella sera era autentico, imputabile alla percezione di avere davanti qualcosa di inedito, originale ed esente da alcuna mira a meravigliare con effetti speciali. Anzi, l'oggetto si presentava così ingenuo e dimesso da indurre qualcuno a giudizi di 'mancanza in artisticità', 'carenze formali', 'puerilità'... Me ne dispiacque e ribattei che tali apparenti difetti costituivano il suo pregio, quei tratti di 'ruralità', addirittura di animalità erano i caratteri sostanziali dell'opera. Giorni dopo scrissi qualcosa sull'evento: mi sarebbe piaciuto fare un' operazione sistematica ma la mia testa ama sempre fluttuare libera, senza binari obbligati. Mi lasciai andare a cogliere di quel "coso" l'essenza. Poichè in esso erano rappresentati l'elemento pecorino (la 'mansueta coglioneria', il conigliesco di Don Abbondio) e quello aggressivo (il montone, cocciutaggine, furia cieca) mi apparve naturale indulgere sulla animalità e in fine sul Diavolo. Cos'è infatti il Diavolo se non il compendio della bestialità? Le rappresentazioni del grande Tentatore si rifanno sempre alla bestia: anche quando la testa è umana le corna non mancano mai, il corpo finisce in serpente o in gambe zoccolute. Non dubito che l'incestuoso connubio triadico tra pecora, montone e buffone possa ingenerare reazioni imbarazzate, se non di ripugnanza, in molti che si trovino davanti questo gruppo plastico: il loro inconscio di sicuro vi percepisce il Diavolo. Ma io temo che un altro elemento - sempre della sfera del sacro - sia all'origine di un inconfessato rigetto e cioè quel colletto da chierico posto attorno al collo della diabolica configurazione. Un simile particolare è l'elemento più provocante dell'intera 'ammucchiata satanica'. Solo ora mi è affiorato questo dettaglio subdolo e intrigante. Va nutrito nelle coscienze il più profondo rispetto per i simboli del culto, per tutto ciò che ha valenza liturgica perchè il sentimento religioso è legato ad un complesso di rappresentazioni che sono parte integrante del rispetto per ciò che sta dietro, anzi aldisopra. Ma senza fideismi. Mi sono reso conto del pericolo di tale provocazione nell'Erma per un fatto personale: qualche anno fa avevo prodotto un certo sconquasso, anche se subito rimosso, con la pubblicazione della favola drammatica "Il Vangelo di Janez Carolisto", che nell'impatto col pubblico fu del tutto travisata. Partita come una bonaria satira delle rappresentazioni dell'Universo religioso, divenne un canto intenso di pathos alla divina potenza dei Codici misteriosi che guidano le umane sorti, un anelito all'Assoluto. Ma venne presa da alcuni addirittura come blasfema. Mi ci vollero mesi per analizzare quel paradosso, poi capii: ero stato usato da Forze, da algoritmi filogenetici che trascendono la nostra angusta individualità. Ebbene, e se anche per questo capolavoro figurativo, questo 'maledetto' intruglio che mescola in sè storie, tabù, miti primordiali, angosce, nomi, fatture, istinti ancestrali, in una parola l'inconscio collettivo, succedesse la stessa travisazione? Non deve succedere perchè quel colletto non significa uno sberleffo ai Ministri di un Culto religioso, che ognuno, anche se agnostico, è tenuto a rispettare. No, oggetto del rappresentato è semmai la degenerazione del Sacro e una sua denuncia a fin di bene è il primo passo per ritornare dall' animalità allo spirito, da Mammona a Dio. L'ironia è tanto più lodevole e feconda quanto più è animata da intenti costruttivi. Benedetto dunque quel colletto al collo del satanico Becco! Si creda o no in un'Entità trascendente, c'è un Codice inesorabile che governa la realtà: chi fa di tutto per aumentare in sè lo spirituale a scapito del materiale giunge alla piena sua realizzazione come soggetto morale che si fa libero e felice: altrimenti si riduce a oggetto o bestia. Il Paradiso e l'Inferno sono trasposizioni simboliche di tale autorealizzazione o autoannientamento. Termino sollevando un solo altro quesito. Quest'Erma Valdagnensis potrà attivare un serio dibattito sulla deprimente realtà culturale locale? Sono piuttosto scettico. La nuova Amministrazione mostra buona volontà ma attivare una buona partecipazione collettiva alla vita sociale e culturale è compito sul lungo termine anche per le vischiosità dell'ancien régime tuttora attive dentro la gestione dei poteri politico-economici. In un festival dei camaleonti le cerchie della conservazione continuano a temere che la gente si aggreghi e divenga più consapevole dei suoi diritti e più capace di difenderli e fanno di tutto perchè le attività del pensiero restino monopolio di un'élite e quindi cose estranee, assurde, noiose. I giovani, dopo alcune frustranti esperienze, si persuadono che la cultura, l'arte, la poesia sono delle bidonate dei furbi a spese dei fessi. Questa Erma allegorica mi è sembrata invece semplice, chiara, ingenua, antiretorica che fa affiorare i ricordi dentro i dettagli, le idee in forma di citazioni e simboli. Che grazia scoprire che c'è ancora chi sa creare, sa volare e conseguire l'armonia, il sublime! Il capolavoro nasce in un attimo o in un decennio, è in parte frutto del caos onirico individuale che non conosce limiti e dell'inconscio collettivo. Questo blocco è opera sì degli esecutori, ma in realtà di una intera Cultura, di una Storia locale ed è un atto di fede nella finale rivincita dell'arte e della poesia quali vettori di arricchimento interiore, l'arma più potente per difendere l'io dal nulla.
Era successo nel momento esatto in cui aveva formulato il pensiero, ormai abituale e mattiniero, che nel bosco di Narmaal la vita non offriva che momenti piatti e più duri dei contorti ceppi di faggio, quando la folgore, senza un tuono, era saettata trenta passi davanti a lui, imprevedibile e frastornante tanto da costringerlo ad un goffo quanto repentino sobbalzo. Nafr-alor il Troll aveva avvertito un solo lungo fruscio, quasi che il bosco avesse emesso un profondo sospiro. Poi il tonfo sordo, smorzato dal terreno soffice del sottobosco, aveva concluso quell' avvenimento meteorico tanto improvviso quanto assurdo.
Ma si trattava davvero di una folgore? Nafr-alor non ricordava com'era fatta la paura, neanche in quel momento per la verità l'aveva sperimentata ma, per le corna di cento cervi, non era solo curiosità la sua in quei lunghi attimi in cui si stava avvicinando con estrema cautela a quel piccolo cratere, il collo allungato in avanti fin quasi allo spasimo in un istintivo atteggiamento di curiosità, tensione, difesa e determinazione.
La "Cosa" emergeva appena dal profondo buco provocato dall'impatto con il terreno. Il silenzio era diventato assoluto dopo quel tonfo e sembrava che tutte le creature del bosco fossero piombate nella muta attesa di una ulteriore conclusiva evoluzione dell'accaduto. Ma il Troll ebbe la sensazione che tutto si fosse definitivamente concluso perchè la “Cosa”, decisamente immobile, non dava alcun segno di vita.
L'abitante del bosco si chinò su di essa, quasi a sfiorarla con l'enorme, bitorzoluto naso. Era quello per i Troll il modo migliore, anche se non il più elegante, di osservare e valutare gli oggetti, sia sotto il profilo ottico che olfattivo che acustico. Niente, nessuna risposta dalla "Cosa", quasi totalmente ricoperta dell'umido humus del sottobosco. Guardò verso l'alto. Al di sopra del fitto fogliame il cielo era sereno come pochi altri giorni in quell'autunno ormai inoltrato. Di innaturale solo due o tre rami, stroncati dalla folgore o dalla caduta di quell'oggetto, pendevano ancora oscillanti. Con circospezione prima, con frenetica energia poi, Nafr-Alor prese ad armeggiare con la scure per togliere la "Cosa" dal suo buco. Era pesante da sollevare, ma non più di tanto per un giovane Troll nel pieno vigore dei suoi duecentotrent'anni, anche se non poteva vantare la statura dei cugini Tug, i grandi abitanti delle montagne. Diventava un bottino prezioso e segreto quel grosso oggetto piovuto
dal celo e il Troll se lo sarebbe coccolato con gli occhi quella sera a casa dopo averlo ripulito e lavato di ogni frammento di terra e foglie.
E quella sera giunse finalmente a togliere l'impazienza a Nafr-alor. Appariva armonico lo sconosciuto oggetto, in quella sua bizzarra, compatta e multiforme struttura. Era candido come le vesti delle Oreadi figlie della Luna e abitatrici dei ruscelli. Era attraente come il magico gioco di un mago. In esso erano scolpite strane forme incomprensibili ma anche intuibili, segni arcani come le scritture degli Uomini.
Gli Uomini, una stirpe di creature apparsa da poco sulla scena del mondo, abitavano le pianure e le valli, anche la sua valle, nella parte bassa. Esseri che non socializzavano con le creature dei boschi ma dotati di intelligenza e astuzia molto più sviluppate, lo aveva sentito in un consiglio del suo popolo. Lui li aveva visti in un paio di occasioni, da lontano ma si era ben guardato dal farsi vedere. Erano armati e non rivelavano alcuna buona intenzione. Aveva sentito da alcuni Orchi Stun, razziatori delle pianure, che gli Uomini erano individui dall'aspetto insignificante, dalle ridicole carni liscie, bianche e senza odore, e su questo concordava, ma tènere e gustose più di quelle di un cerbiatto da latte e qui non poteva esprimere la sua opinione perchè i Troll non erano onnivori come gli Orchi, la loro dieta si limitava ai piccoli animali boschivi.
Ma bando alle ciance. Un'idea ora gli brillava nella mente, splendente come la stella del mattino, da trasformare in realtà entro pochi tramonti, dato che il fatidico momento dell'Incontro Delle Stirpi era imminente.
Non appena ebbe valicato quell'ultimo dosso gremito di faggi, Nafr-alor il Troll si fermò estasiato. L'immensa radura saliva a perdita d'occhio dal basso fino ai piedi dei Monti Arcobaleno Della Torre. Quasi nascosti da sfumati nembi, proiettavano verso il cielo un immenso arcobaleno che con il suo fascio di colori raggiungeva le pietre di uno straordinario castello. Ma forse non si trattava di semplici pietre quell'insieme di bianchi materiali che davano forma e consistenza alla magica costruzione. Essa pareva non poggiare su fondamenta perchè si librava a mezz'aria tra le nubi dei Monti e la volta celeste. E in quella visione da sogno un ulteriore evento sconvolse l'estasiato Troll. Magia nella magia, i vividi colori dell'arcobalenmo brillavano nella notte senza stelle.
La sterminata radura era gremita da una miriade di fuochi e attorno a quei fuochi un numero inimmaginabile di creature dei boschi, dei monti, dei fiumi, delle valli e persino dei lontani laghi. Erano lì quella notte per vivere il momento magico della loro esistenza perchè quell'appuntamento arrivava una sola volta nella vita anche per un longevo Troll: il tempo che ne scandiva la periodicità della data era poco più breve della vita media di molte creature dei boschi. E quando giungeva niente e nessuno avrebbe impedito a un Troll, a uno Stun, ad uno Gnomo, ad una Oreade, ad un qualsiasi altro essere di Natura di parteciparvi. Quello era il mitico Incontro Delle Stirpi, favoleggiato per anni nella sua mente e nella mente di tutti. Ed ora era lì, realtà straordinaria che arrivava ad inumidirgli di commozione gli occhi. "Muovi le gambe". Gli sussurrò burbero il padre. "O non faremo a tempo per iscriverti alla Prova." Nafr-alor si strizzò gli occhi con la mano e infilò il sentiero che scendeva,
dietro il gruppo dei suoi.
Mano a mano che la meta si avvicinava, il Troll si sentiva sempre più piccino e l'idea di ritornare indietro incominciava a non apparirgli poi tanto malvagia. Che figura avrebbe fatto con quella sua opera nascosta dentro la sacca? Fino a pochi minuti prima aveva ritenuto quel suo oggetto, cadutogli dal cielo e da lui rifinito con estrema maestria, un capolavoro ineguagliabile. Ma ora, in mezzo a quell'immenso consesso, a confronto con il mondo intero, chissà quanta gente concorreva alla Prova con opere cento volte più belle della sua.
Ora Nafr-alor e i suoi avevano sorpassato i primi crocchi di esseri radunati attorno ai fuochi. Passando tra quella moltitudine di creature diversissime tra loro per razza, aspetto, dimensioni ma accomunate dall'essere tutte figlie di un'unica grande madre: Natura, il Troll si sforzava di captare qualche frase dei mormorati discorsi. Erano parole sussurrate sommessamente, quasi che un arcano timore per qualcosa o per qualcuno aleggiasse tutt'attorno. E allora seppe che forse, a quanto s'andava dicendo, giudice della Prova sarebbe stato lo stesso... Lui in persona. Era impronunciabile il nome del Grande Essere. Egli doveva essere infinitamente più potente di tutti gli altri esseri, compresi gli Uomini, se era vero che dalla sua dimora, la Grande Torre, tutto egli aveva emanato: boschi, fiumi, valli, tutto anche le innumerevoli razze di creature che popolavano il mondo. E Lui, proprio Lui quella notte avrebbe giudicato le venticinque opere ammesse alla Prova.
La "Cosa" di Nafr-alor era fra queste. E se ciò prima l'aveva reso euforico ora lo terrorizzava, gli ampliava all'infinito una sensazione di nullità che non riusciva a reprimere. In quel tumultuoso stato d'animo s'addormentò accanto al suo fuoco.
Era notte fonda quando sulla radura del grande Incontro Delle Stirpi regnava assoluto il silenzio. I vivaci fuochi brillavano nell'oscurità a riscaldare le innumerevoli forme assopite portate via dai sogni.
Solo un essere vegliava in profonde meditazioni. All'interno della Grande Torre i venticinque oggetti erano posti uno accanto all'altro e Lui li stava scrutando uno ad uno. Per un momento pose lo sguardo sull'opera di Nafr-alor accarezzandola con un breve gesto della mano. Erano tutte uguali, quasi identiche nella loro fattezza, quelle sculture. Si evidenziavano l'una dall'altra solo per la diversità dei colori. Compiacendosene, Egli notava che tutti i prescelti avevano espresso la stessa visione, le stesse sensazioni su quel messaggio appena abbozzato che Egli aveva inviato e che essi, a loro insaputa, avevano definito.
Ecco, il futuro aspetto fisico di quella piccola porzione di mondo era stabilito dai figli di Natura. Entro un tempo non lontano essi si sarebbero dileguati, se ne sarebbero dovuti andare per sempre, costretti a lasciare il posto alla nuova stirpe di creature: l'Uomo. Era la razza emergente, dominante, perfetta ma diversa, non amalgamabile con le altre creature: o l'una o le altre. E questo era dipeso dalla Sua essenza creativa, forse da un Suo errore di creatività.
E quella notte, quell'ultimo appuntamento giungeva riparatore di un grande torto. Le creature dei boschi avrebbero abbandonato la scena del mondo. Le loro foreste, le loro valli non sarebbero state più loro, ma quello che sarebbe spuntato tra quei boschi, ciò che avrebbe realizzato l'Uomo su quelle valli l'avevano deciso loro, senza saperlo, senza volerlo.
Florilegio di scritti di varia umanita' Indice