Giorgio Ferrari

Alcune riflessioni sulla città (forse al di fuori del senso comune)

Erma Pantheon La città, il mito e l'ironia

Valdagno compie ottocento (?) anni. Domenico Franceschi e Luciano Lora hanno "inventato" un oggetto che potremmo definire "tra mito e ironia". Un oggetto che si ripropone nella medesima forma, ma in ornati sempre diversi; un "gioco" di interpretazioni, di accentuazioni di aspetti, caratteri, luoghi comuni, tradizioni popolari, allegorie e ... "miti" appunto della nostra città. Con ironia.
L'ironia dell'espressione artistica, che è sempre insieme amore e critica, in ogni caso stimolo, tensione verso ...
Questi "multipli", in quanto sintesi espressiva di "documenti" di storia della città, inducono all'autoironia, ma anche alla riflessione, concorrono alla formazione della conoscenza della nostra storia (anche quella popolare). Da qui alcuni spunti.
piccoli e medi di questo nostro NordEst hanno conosciuto uno sviluppo tumultuoso, improvviso ed inaspettato.
Salvo rare eccezioni però si è trattato di processi di sviluppo prevalentemente di tipo quantitativo. Processi di sviluppo che hanno fatto sicuramente arricchire molti, ma che hanno anche portato a fenomeni di impoverimento soprattutto culturale, segnali pesanti di una nuova barbarie, ad una preoccupante crisi di valori. Descolarizzazione (si punta al guadagno immediato, senza investire nel futuro), emergenze sociali da società opulenta dove il valore del denaro è al primo posto (esemplare il caso Maso), e, per restare nel campo della città e dell'architettura, una progressiva periferizzazione del territorio, accompagnata dal prevalere del cattivo gusto, dell'ostentazione del kitsch  come "conquista culturale", rappresentazione dei successi economici dei nuovi ricchi.
E' quello che sta accadendo in tanti piccoli centri del "favoloso" NordEst. La città non si distingue più; è assorbita in una indifferenziata periferia pseudometropolitana, dove i modelli "culturali" di riferimento sono quelli derivanti dall'omologazione alla società dell'informazione; modelli indotti dalla realtà virtuale creata e imposta dalla pubblicità. Modelli transnazionali, con perdita di identità dei luoghi, perdita di valori culturali propri.
i modelli di riferimento sono quelli offerti dalle città-spettacolo americane Los Angeles e Las Vegas. Città-spettacolo che sono la negazione stessa della cultura della città; capitali della volgarità, del cattivo gusto, della riduzione della forma urbana ad immagine pubblicitaria.
Nella affannosa rincorsa nella competizione globale dei mercati il NordEst rischia di sacrificare i valori storici del proprio territorio.
Attenzione, perché senza la città non c'è cultura. La città è sintesi di valori e conflitti culturali, sociali ed economici di una comunità, di una civiltà.
Il processo in atto nel NordEst di "losangelizzazione " porta all'annientamento della città in un continuum insediativo indifferenziato e caotico, dove prevale la sommatoria di interessi particolari. Ciò è molto preoccupante e pericoloso.
Questa nostra generazione rischia di consegnare alle generazioni future, agli uomini di domani, un territorio distrutto ed invivibile, una grande periferia senza più un centro.
Valdagno è stata solo sfiorata dal "vento del NordEst", a causa della marginalità geografica e della ancora forte presenza della tradizione della grande industria.
Forse questa condizione di crisi di identità della nostra città rispetto allo "sviluppo" degli altri centri del NordEst, può non essere un fatto di per sé negativo, purché però non sia una scusa per autoescludersi, per isolarsi nella vallata, nella attesa improbabile che Valdagno ritorni ad essere la piccola capitale della "contea dell'Agno".

Valdagno citta' bellissima Valdagno "città bellissima"

Dal punto di vista dell'urbanistica e dell'architettura moderna Valdagno è una città di particolare interesse nel panorama nazionale.
L'architettura del novecento ha lasciato poche positive tracce della propria ricerca culturale e ciò quasi esclusivamente nelle grandi città, principalmente Milano e Roma.
Oppure vi sono stati episodi eccezionali come le città di bonifica, costruite ex-novo negli anni trenta nell'Agro Pontino; ma si tratta appunto di città di nuova fondazione, senza una storia precedente.
Valdagno ha un patrimonio architettonico unico: un'intera parte di città, la cosiddetta "città sociale", costruita negli anni trenta secondo i principi della nuova urbanistica.
Una città che, negli anni delle origini, vantava una dotazione di servizi, che neppure città capoluogo di provincia avevano.
Una parte di città, che documenta, nel linguaggio architettonico degli edifici, l'evoluzione linguistica della ricerca dell'architettura "moderna" italiana di quegli anni.
Un patrimonio unico, che non si ritrova in nessun'altra cittadina italiana del medesimo rango come, per restare nel Veneto, per esempio Bassano, Schio, Castelfranco, ecc.
Valdagno in questo senso è una città unica.
Ma occorre fare attenzione, perché la coscienza di tale patrimonio nei valdagnesi è ancora incerta, perché troppo recente. Occorre evitare che si ripetano episodi come la costruzione del palazzo CIATSA (ora Jolly Hotel) (che ha preso il posto di una splendida piazza-giardino che costituiva la conclusione dell'asse centrale di via Carducci dal quartiere Lido all teatro Rivoli) o la distruzione della facciata del teatro Rivoli, dove un condominio prendeva il posto del grande portico di ingresso decorato da Santomaso).
Il valore culturale della città di Bonfanti e Gaetano Marzotto e dei grandi opifici di Valdagno e Maglio di Sopra è oggi riconosciuto dalla critica e dagli storici dell'architettura. E' un patrimonio che va salvaguardato e valorizzato.
Esso costituisce elemento forte di identità della nostra città, da cui non si può prescindere, anzi a cui attingere per costruire il futuro.

Città a luci rosse

E' giunto anche a Valdagno il falso-antico: Centro Storico (e non solo) invasi da lampioni, lampioncini e lanterne in perfetto stile '800.
Non si tratta, purtroppo del restauro di oggetti di design d'epoca; bensì di una copiatura sfacciata e di cattivo gusto, peraltro prodotta industrialmente. Questi oggetti falso-antico stanno invadendo tutte le nostre città.
Sono operazioni culturalmente inaccettabili, perchè il design degli oggetti di uso quotidiano è parte della cultura del tempo. Mi rifiuto di pensare che il design contemporaneo non abbia nulla da dire nel campo della illuminazione pubblica dei centri storici e della architettura antica; si tratta di selezionare e cercare i prodotti che meglio si inseriscono, comunque però distinguendosi rispetto all'antico. I migliori esempi come al solito vengono dall'estero.
E poi il colore della luce...un colore "pornografico"; la luce rossa crea una atmosfera irreale, triste e malinconica, che avvolge le antiche facciate (quelle vere).
No non posso condividere queste scelte estetiche, proprio in nome della forte tradizione di modernità che caratterizza la nostra città sia per l'architettura sia per le arti visive.
Spero che qualcuno raccolga questo appello, affinchè si possa modificare questa deriva.

Evviva il sessantotto:
la città al centro dei grandi eventi del '900

Valdagno è stata in alcune fasi cruciali della storia dell'Italia al centro della attenzione generale; protagonista e motore di grandi processi di cambiamento, che hanno poi investito l'intero paese.
Di questo abbiamo poca coscienza, abituati come siamo oramai da troppo tempo a piangerci addosso, a dividerci in contese astratte e poco comprensibili, se viste dal di fuori.
I ricercatori di Progetto Europa, che hanno analizzato, seppur in modo sommario, la storia e lo sviluppo della città presentando i risultati del loro lavoro in un convegno molto importante nel giugno del 1992, hanno parlato di una città che è giunta prima di altre ad uno stadio di maturità nello sviluppo industriale.
Questa riflessione non è stata colta dai più. come pure non è ancora stata compresa la portata fortemente innovativa e carica di opportunità che ha il progetto di integrazione tra Valdagno e Schio, Santomaso, Valdoni, De Pisis, Quilici, Dogliotti, Tamburi, Montale, Fiume, Guttuso, Pizzetti.
Ma, si dice da più parti, questi fatti non hanno investito la cittadinanza, se non in modo marginale; la città avrebbe vissuto quasi dall'esterno tali vicende. Chi lo può dire con certezza?
Questo clima certamente diverso, questa ricchezza culturale, forse (e qui azzardo un'accostamento sicuramente blasfemo) è alla radice della "rivoluzione culturale" del '68, che ha visto i lavoratori di Valdagno protagonisti di una fase difficile.
La protesta e le lotte operaie in fabbrica hanno coinvolto tutta la città; c'è stata tutta una fase di grande e appassionato confronto, di crescita culturale, di presa di coscienza delle condizioni di lavoro e delle difficoltà dell'azienda.
Il conflitto in fabbrica, al di là di episodi e momenti dolorosi, portava ad accordi sindacali fortemente innovativi, che ben presto diventavano un punto di riferimento a livello nazionale. Un risultato altrettanto importante era il radicale cambiamento di leadership nella direzione dell'azienda, che ha consentito di salvare la fabbrica dalla crisi e di rilanciare il gruppo fino ai successi di questi ultimi anni.
Dunque Valdagno è stata nel bene e nel male uno dei centri della protesta operaia, da cui ha preso avvio la "rivoluzione culturale" del '68 in Italia.
E, venendo ai tempi più recenti, il successo internazionale del gruppo Marzotto, la politica delle acquisizioni di nuove aziende in Italia e all'estero, ponendo il gruppo al vertice mondiale del settore; tutto ciò è avvenuto mantenendo salde radici nella città di origine.
Tutte queste vicende salienti, qui richiamate in modo certamente troppo schematico, evidenziano come Valdagno nelle fasi più "alte" della storia nazionale non è stata periferia ma centro.
Le fasi storiche di maggiore rilievo coincidono con l'attuazione di grandi progetti di apertura verso l'esterno.
Queste vicende storiche, soprarichiamate, non sono ancora per così dire metabolizzate dalla città; sono vicende ancora troppo recenti; è quasi cronaca ancora. Esse devono diventare patrimonio culturale, caratteri costitutivi di una rinnovata identità.
Questi grandi eventi vanno scavati, portati alla conoscenza generale, documentati, consegnati alle nuove generazioni con tutta la rilevanza e il peso che hanno avuto nella storia, affinché diventino risorse utili a progettare il futuro della città.

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