La riunione preparatoria al vernissage della statua cominciò dopo cena alle nove e trenta. Ordine del giorno: ascendenze culturali dell'opera realizzata. Giunti al nome di Joyce la discussione si fece accesa. Qualcuno sosteneva la diretta correlabilità della tecnica compositiva usata agli stilemi dell'Ulisse. Altri la totale estraneità.
Il più giovane del gruppo ebbe un'uscita geniale:
"E se lo chiedessimo a Joyce stesso?" La richiesta fu respinta non senza scandalo.
"Cossa dìsito... vùto scomodàr Joyce par 'ste monade quà?!"
L'idea della audizione piacque comunque. Fu deciso allora di chiamare Stephen Dedalus. Dopo tutto non s'erano fatte sedute spiritiche anche per il caso Moro?
Leopold Bloom del resto si sarebbe rifiutato di apparire. Bastava il minimo sentore di polemica coi preti ad infastidirlo. Il colletto di quella tonaca intorno al collo dell'agnello non gli piaceva proprio. Per lui la questione era chiusa. Pensava che quei signori che "dirigono tutto lo spettacolo e rastrellano i soldi, avevano la testa sulle spalle". Sapevano quel che si doveva fare e lui, uomo medio allenato ai compromessi della vita, accettava il tutto, convinto che quelle e non altre fossero le reali esigenze di una buona maggioranza dei suoi contemporanei.
Se avessero insistito li avrebbe mandati all'inferno. Molly e Boylan stavano in cima alle sue preoccupazioni. E i dubbi artistici di quel gruppo valdagnese? Fuck off! Loro, gli agnelli e i prelati prima di loro!
Stephen no. Lui si nutriva di assoluto. La sua vita era stata una ricerca continua e della religione si era imbevuto dai Gesuiti prima di rigettarla per trovare una sua personale religione dell'arte.
Si meravigliò non poco d'essere interpellato come padre nobile, lui che era stato figlio alla ricerca del padre per una odissea intera.
Così comparve tra l'ammirazione del gruppo e sedette al tavolo su cui poggiava la statua.
Guardò quello strano manufatto quasi idolo pre-colombiano. Ne fu incuriosito e preso. Se lo fece spiegare in ogni dettaglio. Gli parlarono di tutto: dalla Marzotto a Nani Piove, al consociativismo. Capì la loro aspirazione ad essere liberi.
"Curiosa fusione di mentalità svedese ed impulsi mediterranei" - pensò. "Una specie rara nata con un destino di infelicità".
Sempre all'opposizione erano stati. Rivoluzionari in perenne attesa di una catarsi redentiva dell'umanità. Profeti inascoltati. Meglio così. In politica e nell'arte.
In fondo però qualcosa in comune con questi valdagnesi c'era.
"Sicuro Stephen?"
"Sai, con un poco di buona volontà non ci vuole molto a vedere nella valle dell'Agno una "priest trodden and God forsaken land".
Se in Dubliners si raccontano la decadenza e banalità della vita di Dublino, anche Valdagno può essere compresa nella chiave interpretativa della "paralysis". Le delusioni e frustrazioni dei Dublinesi ed il senso di pesante oppressione non sono meno leggibili nella chiusa realtà della valle. L'Agno e il Liffey corrono lontani nella geografia ma potrebbero essere fiumi paralleli in letteratura.
Stephen ricordò un suo preciso pensiero: "quando in questo paese è nata l'anima di un uomo, le vengono gettate reti per impedirle di fuggire. Tu mi parli di nazionalità, di lingua e di religione. Io tenterò di sfuggire a queste reti".
Le stesse reti sono state gettate anche a voi, amici, ed anche voi le avete spezzate per trovare la strada della libertà intellettuale.
Naturalmente - tenne a precisare Stephen - il parallelo con Dublino finisce qui. Non vorrei che qualcuno lo estendesse alla Liga come Sinn Fein o al venetismo descritto da Piovene come amore della propria terra.
Si compiacquero i convenuti di questa testimonianza di solidarietà e vicinanza ideale anche se espressa con qualche riserva. Capirono bene le differenze ma restarono in attesa di altro. Non lo avevano chiamato per sentirsi riferire una similitudine in fondo banale ed estensibile a quasi tutte le città. Specialmente a quelle di provincia.
Ringraziò a nome di James che nessuno avesse osato disturbarlo ora che, dopo tanto soffrire, sedeva tra i grandi della letteratura. Oltre tutto non riceveva chiunque chiedesse di lui. Parlargli significava
sottoporsi ad un lungo, paziente percorso. I più rinunciavano. I pochi che ci riuscivano venivano ammessi ad un sodalizio assai esclusivo i cui membri avevano il permesso di guardare gli altri con qualche sufficienza.
"Sono venuto qui perchè non sono James. Sono un suo personaggio e qualsiasi cosa dica può essere smentita. I colloqui tra lettore e personaggio godono della più totale libertà come i semiologi hanno più volte documentato e teorizzato".
La premessa stava andando troppo per le lunghe.
"Noi vogliamo sapere - disse uno con l'aria informale ma decisa di chi avrebbe anche potuto usare un linguaggio accademicamente più consono ma vi rinunciava dato il tono discorsivo della riunione - se nella nostra statua si possono rilevare elementi joyciani! Parlo - e qui alzò il livello culturale della domanda - della polisemanticità del linguaggio, dello stream of consciousness o magari del concetto sequenziale di tempo.... "
Stephen rimase in silenzio. Si versò un altro bicchiere di quel Cartizze niente male - in fatto di vini i veneti bisogna lasciarli stare - che avevano messo sul tavolo.
Era allegro. Avrebbe anche ballato. Magari anche la Migliavacca-mazurka variata per fisarmonica. Si ricordò del bordello di Bella Cohen quando, brandendo un bastone come la spada di un eroe wagneriano aveva rotto il lampadario che Leopold s'era poi offerto di pagare. Altri tempi! Altre battaglie! "Non serviam!".
Tu guarda cosa tocca fare ai personaggi della letteratura! Santo protettore o magari sponsor, come si dice oggi.
Ritornò in sé e guardò l'agnello bifronte. Agnus Dei ghignante da un lato e caprone minaccioso dall'altro. L'anamorfismo riassumeva la storia e la geografia della valle con qualche citazione ispirata dai viaggi organizzati di cui questi amici avevano fatto tesoro intellettuale. Una gamba da prostituta sfatta ripiegava verso un traforo anal-vaginal-tecnologico. Dietro dominava lo sberleffo di Nani Piove. Poi iscrizioni, simboli di partito, valdagnesi illustri e sconosciuti.
Il tutto aveva una sua "claritas" pensò. "Un intrigante reperto immaginario di un linguaggio di associazioni oniriche. Finnegans Wake?" "Non esageriamo adesso!"
"Non si può dire che sia bello".
Ricordò le parole di chiusura del Portrait.
"O life! I go to encounter for the millionth time the reality of experience and to forge in the smithy of my soul the uncreated conscience of my race. Old father, old artificer, stand me now and ever in good stead".
Preghiera laica. Dichiarazione di umiltà. Inizio di un viaggio spirituale cui si dedicherà la vita.
"Lo sanno questi cosa significhi fare arte?" -
Si sentì un estremista. Un radicale totale. Questi sono dei moderati che conciliano tutto. Arte. Vita. Politica. Professione. Divertimento. Altro che rivoluzionari o ex-rivoluzionari!
Puntò il dito verso uno di loro che da nemmeno tanto giovane aveva amato la rivoluzione totale. Il sessantotto. Mi meraviglio di te!
Non voleva condannarli comunque. Non ne aveva l'autorità. Non era e non voleva essere un critico d'arte. Le sue teorizzazioni risalivano tutte al periodo giovanile. Aristotele. San Tommaso. Roba vecchia e nemmeno tanto solida.
Guardò ancora l'agnello, summa e metafora di questi rosacroce delle Prealpi.
- What shall I tell them? -
Quella iniziale dichiarazione di affetto per questi incamminati della sapienza liberatoria era davvero sincera. Decise allora di intrattenerli con i principi dell'estetica giovanile joyciana.
L'arte - cominciò - può essere lirica, epica e drammatica. Nella forma lirica l'immagine è presentata in relazione immediata con l'artista. Un'emozione vissuta senza mediazione razionale viene trasferita nella forma. La statua non è dunque lirica.
Epica è invece l'immagine presentata in relazione mediata tra l'artista e gli altri. Si può legittimamente sostenere che la vostra opera appartiene a questa seconda forma. Qui voi avete rappresentato l'epica della valle e dei suoi abitanti.
Per essere sincero ho sempre considerato la forma drammatica come quella assolutamente superiore alle altre. Per capirci, lo stream of consciousness, introducendoci all'interno del personaggio stesso, elimina quasi la presenza dell'artista. L'opera sua è così tecnicamente perfetta che egli, novello dio, crea una realtà che ha vita in sé e che egli può contemplare dall'esterno... limandosi le unghie... con suprema indifferenza.
Dagli sguardi dei suoi ascoltatori era chiaro a Stephen che questo supremo distacco non li aveva mai toccati. Non cercarono neanche di dissimularlo. Uno di loro, con gli occhiali e l'aria da vecchio militante intellettuale sempre alla rincorsa dell'ultimo movimento, spiegò che l'associazione di tanti e diversi elementi nella rappresentazione era certamente da intendersi come una forma di stream of consciousness.
Stephen si versò un terzo bicchiere di Cartizze e domandò della cantina che lo produceva. Poi riprese con aria lievemente irritata. - Il flusso di coscienza deve rappresentare il funzionamento libero della mente. La sua capacità di generare associazioni concettuali al di fuori di ogni schema sintattico o temporale.
L'associazione di una varietà di elementi perciò non basta da sola a costituire quello che chiamiamo stream of consciousness. L'intervento dell'artista deve essere così sottile e supremamente presente da apparire assente.
Vi pare questo il caso dell'agnello? Ogni vostro spazio è razionalmente definito nel più sottile dettaglio. Mi vien da pensare a quelle forme d'arte che nelle cattedrali medievali raccontavano i testi sacri agli analfabeti. Tutto può suggerire il corpo di questo agnello metaforico fuorchè l'idea di casualità. Direi che sa di comizi o di articoli politici nella stampa locale.
Piacque il richiamo alle cattedrali ma nessuno replicò. Si poteva cogliere un'ombra di delusione per la piega che la discussione stava prendendo.
L'arte più alta - disse Stephen con intensa partecipazione emotiva - deve quindi essere drammatica e statica. Compito dell'artista è la creazione del bello.
Ve lo ricordo perchè nessuno confonda operazioni puramente concettuali con l'arte vera e propria. Voi ben sapete che il mio nome rimanda a Stefano, protomartire cristiano, e a Dedalo, artefice famoso creatore del labirinto.
L'arte non è polemica, non è didattica!
Gli ascoltatori cominciavano ad averne piene le tasche.
Stephen proseguì imperterrito:
"Ad pulchritudinem tria requintur, integritas, consonantia et claritas"
Chiesero che si spiegasse meglio. Nessuno aveva studiato dai Gesuiti.
- La percezione di un oggetto - proseguì Stephen con tono didattico ma con poca convinzione - deve prima di tutto avvenire come quella di un tutto unico, limitato nel tempo e nello spazio. Questa è l'integritas. Per consonantia invece si intende l'equilibrio o l'armonia di ciascuna delle sue parti col tutto dell'oggetto. Claritas infine è la capacità che l'oggetto ha di emanare la sua unicità tant'è che, io stesso, diversamente da San Tommaso, preferivo chiamarla quidditas o whatness. -
L'ideologo del gruppo pensò che a questo punto il dibattito andava ricondotto nei suoi naturali binari evitando divagazioni di Stephen che stavano esasperando tutti ormai. Era poi chiaro che Stephen non aveva capito. Li criticava da una prospettiva quantomeno tardiva se non proprio retrograda. Loro stavano molto più avanti. Dedalus s'era fermato agli anni venti.
- Noi volevamo solo raccontare la valle visivamente ed attraverso una serie di citazioni. Riconosciamo che il citazionismo da noi richiamato e le prospettive anamorfiche sono nel nostro caso puro manierismo. La struttura sintattica è un po' sgrammaticata ma, sai, la statua non fu fatta per essere sublime.
Nota bene - sottolineò - che nelle versioni che si rifanno alle più conosciute forme d'arte del secolo, da noi copiate spudoratamente, abbiamo cercato un respiro più ampio oltre il campanile.
Stephen colse nel discorso una palese e perfino divertente contraddizione ma tacque.
- Il disagio geografico e l'isolamento del paesotto sono cose trite e ritrite che non fanno più notizia. Hanno esaurito il compito propulsivo se mai l'hanno avuto. Tutto quanto si è pubblicato in questa prospettiva va superato e questo noi abbiamo inteso fare. Ogni piccolo mondo interno può essere immenso....
Stephen pensò ai racconti di Gente di Dublino - Che li abbiano letti bene?
Il gruppo si riconobbe nell'intervento. Convinti sguardi reciproci e cenni di assenso ne sottolinearono la conclusione. Dedalus apprezzò il lato autodifensivo del discorso. Se sentono il bisogno di difendersi...
Non gli era chiaro però se l'intervenuto si riferiva all'analisi del mito nella sua relazione passato-presente o al concetto assai più antico di microcosmo come macrocosmo.
Nel primo caso gli pareva utile suggerire una rilettura accurata di Eliot e Joyce stesso. Nel secondo non c'era proprio nulla da dire. La cosa era del tutto chiara, perfino banale.
Fece loro notare che la cultura irlandese, sostanzialmente provinciale e limitata ad una cerchia ristretta ma desiderosa di tenersi aggiornata, trovò la sua dimensione europea proprio nella rappresentazione di sé. Inventarono stili, dominarono la parola fino a farne uno strumento superiore di canto. Joyce non si ricollegò ai contemporanei. Si rifece ad Omero. Non applicò ricette esistenti. Ebbe una intuizione geniale che seppe dare al piccolo mondo di Dublino una dimensione universale pur rappresentandolo nella sua più assoluta realtà.
- Pensate a W.B. Yeats. Sailing to Byzantium, Easter 1916. Ecco come bisogna imparare a dominare la parola. A raffinare i propri mezzi espressivi.
- Il vostro campanile non acquista una dimensione superiore perchè lo rappresentate secondo procedure allusive e polisemiche. L'arte non è una ricetta di cucina. Raccontare in prospettiva omerica la giornata di Gianfranco il 31 luglio 1997 non basta, non solo a scrivere un nuovo Ulisse, ma neanche, purtroppo, a dare a quella giornata una dignità letteraria.
Ci fu un moto spontaneo di offesa e di rivolta che lo stesso leader del gruppo non riuscì a frenare. Qualcuno passò alle vie di fatto verbali e disse che Stephen non aveva capito un "casso" e che pertanto andava mandato in "mona" per quanto lo riguardava.
- CHI voleva riscrivere l'Ulisse?.... Volevamo solo divertirci, fare una goliardata! -
CRISTO!!! - sbraitò Stephen . - Perchè mi avete chiamato allora?
Cosa c'entro io con le vostre goliardate? E Joyce? E poi... abbiate pazienza... alla vostra etààà! Non sarebbe stato difficile trovare intellettuali capaci di suggerirvi processioni popolari, funerali accompagnati dal Requiem K 626 (e perchè no la Marcia Funebre Massonica K 623?) e ogni altra sorte di carnevalata mentale.
Tutti parlavano contemporaneamente e la riunione finì in un caos verbale dal quale a tratti, si coglievano sia dotte citazioni che espressioni piuttosto crude.
Stephen chiese e dovette urlare per farlo, di poter dire un'ultima parola. Si disposero all'ascolto ormai decisi a tutto.
- Vorrei ricordare che san Tommaso definisce il senso del bello per l'artista. Cito dalla Summa Theologica: "Pulchra enim dicuntur ea quae visa placent"
-Ma va a.... - Tasi!!!
Capirono con banalizzazione appena giustificata dallo stato di agitazione in cui si trovavano che è bello ciò che piace. S'arrabbiarono ancora di più.
Stephen uscì allora dignitosamente dalla finestra chiusa come si conviene ai personaggi immateriali. Gli altri continuarono a discutere fino alle tre di notte. Dopo tutto il giorno dopo era domenica e nessuno doveva lavorare.
Florilegio di scritti di varia umanita' Indice