La Piccola Apocalisse
l'enigma del gioco tra motto di spirito e rivelazione - VALDAGNUS
"Ma quel che Platone rimprovera alla democrazia ateniese
è il fatto che tutti pretendono qualsiasi cosa; da qui il suo
tentativo di ripristinare criteri di selezione tra i rivali"
(Deleuze)
E' possibile la cabala? la sua posta in gioco come scena stessa del gioco in sé e della verità? la sua stessa soluzione in termini di rivelazione di uno stato di fatto? (1) E' ciò a cui assistiamo fissando lo spettacolo di questa scultura, le cui variazioni dipinte fanno parte rigorosamente, come vedremo, del palinsesto che la tiene insieme e la struttura. Non sappiamo come è cominciato il gioco, a chi per primo è venuto in mente, e perchè non poteva mancare l'altro. Ciò che vogliamo proporre come spiegazione va al di là di ogni consueto cerimoniale critico, quello che pensando al pubblico si limitasse a farne una presentazione. Questa non è una presentazione, è una rivelazione: questa scultura, nata e fatta per gioco, dice la verità su Valdagno, ne coglie la realtà più segreta, ineluttabile e drammatica (2). Non si potrebbe pensare a nulla di più radicale, veritativo e angosciante: la sua stessa immediatezza simbolica, nonchè la petulanza allegorica che la raggira e la disperde, fanno segno ad una drammaturga insieme eccitata e scrupolosa. Ciò che fa pressione in questa iniziativa è una fantasia della decadenza di cui sarebbe colpita la nostra città: l'ossessione di una apocalisse, nella quale sarebbe coinvolta la città di Valdagno che la denominazione latinizzata in 'Valdagnus' fa solo un po' più incerta o più protetta dal gioco. Ma l'apocalisse c'è tutta, nei segni di forma e di contenuto, tanto che a volte pare ricalcata su quella per antonomasia di Giovanni di Patmos del '96 d.c. L'apocalisse di Patmos ha l'agnello come animale trionfatore, vindice e giudice, e sotto di lui o nel suo grembo il mondo precipitato visionariamente nella vertigine catastrofica della sua stessa fine. Lawrence parla dell'invidia degli umili, dei mediocri, che divenuti massa prendono il.potere e scatenano la loro più cieca vendetta. Così l'apocalisse sarebbe questa inversione della storia che nella commedia democratica comporterebbe, assieme all'inscenazione di tutte le vendette personalizzate, la distruzione dei meriti, dei valorie degli ideali. Questa scultura ne sarebbe la cronaca locale, con tutta la più meticolosa narrativa dei fatti, dei posti e delle persone. A cominciare dalla personificazione dell'agnello, simbolo eponimo e ecista, ma più farsescamente interprete qui del capovolgimento locale nella politica delle parti e nella etica dello stile (3). Per finire alla digitazione simbolica dei periodi, dei processi e degli eventi più significativi, più noti o meno noti, tra emozioni di intimità e tenerezza, eccitazioni collettive e pubbliche. Né mancano puntualmente le frasi di didascalia tra parodia e intimazione, sberleffo e ritorsione, e nemmeno mancano i giochi delle trasformazioni nei colori di tutte le affabulazioni di circostanza, proprio come nella grande apocalisse. Con una mortificazione finale (4), quella della perdita stessa della metafisica con la sua nota estetica di redenzione, a tutto vantaggio di una patafisica greve, ottusa e confusa. Valdagno non poteva avere interpretazione (5) più tempestiva e più teatrale di quella che è la sua fase attuale di declino più caotica, depressa e nichilista: e, certo, nel testo di questa scultura, il palinsesto compiuto di quella manifestazione fatale il cui riso d'artista svela e nasconde forma e contenuto di una così bella storia infranta.
Post-fazione (del libro-catalogo)
"Alla lingua madre strappa delle parole-soffio
che non appartengono più a nessuna lingua,
e all'organismo un corpo senza organi che non ha più generazione.
Alla scrittura-spazzatura e agli organismi rovinati,
alle lettere-organi, microbi e parassiti,
si contrappongono il soffio fluido o il corpo puro"
(Deleuze)
A proposito del catalogo, e dove mai catalogo è stato più catalogico di questo, per via della caduta caotica nella quale viene travolto tutto il materiale della storia, catastroficamente precipitato nella scrittura di questi testi e dove la catalogia è il segnale logico e psicologico, simbolico e letterario, più in emergenza. Il cui attrattore strano, peraltro, è dato da quel rotore di turbolenza che è l'innesto di montaggio operato e rivissuto tra vendetta e risarcimento, ingenuità e rivendicazione, tecnica e incidente mortale. Per cui allora è forse possibile dire che assistiamo qui alla presentazione del primo vero e proprio catalogo di genere nell'arte, la cui drammaturgia demenziale trova forse il suo più compiuto modulo o protocollo di stile: e d'ora in poi, giustamente, i cataloghi d'arte, se vorranno tenere la linea letteraria a denominazione controllata e stare alla etimologia della parola (che dice 'catà' per dire: dall'alto verso il basso; e 'logia' per dire: discorso, percorso, e anche elenco) alla sua ispirazione più rigorosamente precipitativa, non potranno non fare riferimento a questo primo esempio con il suo palinsesto teso tra apocalisse e monitoraggio di tutto ciò che appunto sta puntualmente cadendo dall'alto verso il basso. Curatore e introduttore, conduttore, Nico Franceschi: col suo linguaggio densamente esteso e teso come linguaggio di massificazione linguistica che fa massa critica proprio sul punto stesso della sua schisi. Prende difatti infiniti spunti, tutti freneticamente distintivi, e li macina in una operazione di scrittura chiusa a produrne accumulazione e coagulo, così ne risultano schemi svelti e divelti di culture pressate, schiacciate e surgelate. Nouveau réalisme, se non fosse per il riso e per quella sua energia che ne aggrega i detriti, i resti, i frantumi pesti. Riso dell'apocalisse, il cui animale sghignazzatore è l'agnello popolare, l'agnello urbano popolare, che fa della sua stessa gregarietà, adesso, la cultura e la psicologia di ispirazione per questa iniziativa d de-generazione creativa. Che ha anche un suo colmo: ed è che l'agnello ha catturato lo stesso pastore, e lo ha allineato in tutta questa tetra catalogazione e nel nero del suo stesso spettacolo, il cui coup de théatre sta proprio nel ribaltamento della gerarchia e nella comicità della catastrofe che ne recita. Catalogando così lo stesso pastore come vittima del caso, e dato che una vera letteratura 'catalogica' è questa letteratura che sconvolge tra loro l'alto e il basso, o come letteratura del dire elencando alla rovescia i valori rovinandoli in tutti i sensi, quelli letterali e quelli allegorici. E' per questo che insistiamo a indicare in questo palinsesto il primo che possa onestamente e onorevolmente fregiarsi del titolo di'Catalogo', logo e logos, con la sua corretta letteratura finalmente e veramente catalogica, che sposterebbe l'altra, tutta l'altra che finora è stata prodotta in presentazione delle mostre, verso l'altra e tutta diversa, anzi contraria, tipologia letteraria, e magari appunto come letteratura 'analogica', nel doppio senso di una letteratura che imita le opere di cui parla ripetendone per analogia l'idea e di una letteratura che ne parla sempre bene e, come dice il prefisso anà, le porta dal basso verso l'alto, le innalza. Caricandosi allora di tutta la responsabilità cambiando magari più opportunamnete la denominazione corrente di catalogo, e assumendo quella più veritiera di 'Analogo'.
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